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Salute 3 min di lettura13 ore fa

Chemsex, il buco nella rete dei servizi: cosa rivela l’indagine

Una ricerca FeDerSerD segnala lacune nella prevenzione delle infezioni sessualmente trasmesse e nell’intercettazione dei consumi legati alla sessualità.

Uniformare gli interventi sul territorio e rendere i SerD capaci di occuparsi della persona nella sua interezza: è questa, secondo Daniele Pini, una delle principali sfide per i servizi che seguono le dipendenze. «La tutela della salute deve andare oltre la dipendenza da sostanze o da comportamenti», ha affermato il dirigente medico, chiedendo strutture più accessibili e in grado di rispondere a bisogni diversi.

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Servizi ancora troppo disomogenei

Pini, componente del Direttivo nazionale FeDerSerD e presidente della federazione per Piemonte e Valle d’Aosta, ha richiamato le differenze ancora presenti tra le varie aree del Paese. Accanto a esperienze organizzative già avanzate, restano realtà segnate dalla scarsità di personale e da risorse limitate.

Il tema è emerso durante il XV Congresso nazionale FeDerSerD, a Napoli. Liliana Praticò, dell’Unità operativa complessa Dipendenze dell’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ha presentato i risultati della ricerca nella sessione dedicata alle patologie infettive legate alle dipendenze; Tullio Prestileo, dell’ospedale Civico di Palermo e componente del Comitato scientifico nazionale FeDerSerD, ha approfondito invece i percorsi che collegano prevenzione, diagnosi e presa in carico.


Chemsex, un fenomeno difficile da vedere

L’indagine ha raccolto 390 questionari compilati da professionisti dei SerD di tutta Italia, soprattutto medici, tra maggio e luglio 2026. Il quadro restituito descrive servizi con competenze consolidate nei controlli sulle malattie infettive, ma meno preparati a riconoscere comportamenti emergenti associati a un rischio sessuale e sanitario.

Tra questi rientra il chemsex, cioè l’assunzione intenzionale di sostanze psicoattive per rendere più lunghi o facilitare i rapporti sessuali. Soltanto circa un quarto dei servizi dichiara di affrontare il tema, mentre il 37,4% non lo esamina mai. La mancata formazione specifica, lo stigma e l’assenza di collegamenti assistenziali dedicati rendono più difficile individuare per tempo le situazioni problematiche.

Secondo Pini, il fenomeno coinvolge una porzione relativamente limitata della popolazione, ma resta largamente nascosto. Per questo, durante i colloqui con gli utenti, sarebbe necessario inserire domande più mirate e capire se servano interventi specifici di prevenzione e cura.


Infezioni, collegamenti ancora fragili

La ricerca segnala che il 68,5% dei SerD non ha accordi formali con i centri territoriali specializzati nelle infezioni sessualmente trasmesse. Inoltre, solo il 36,7% utilizza una raccolta strutturata delle informazioni sulla vita sessuale oppure offre un colloquio dedicato, mentre più del 56% non dispone di questa procedura.

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La conseguenza è una presa in carico spesso incompleta per persone esposte a più fattori di rischio. La prevenzione, la diagnosi e la terapia avrebbero bisogno di percorsi personalizzati e di una collaborazione stabile tra servizi per le dipendenze, strutture specialistiche e realtà del terzo settore.

Un problema analogo riguarda l’epatite C. I test sono ormai largamente presenti nei SerD, ma appena il 5,6% dei servizi può somministrare direttamente i farmaci antivirali. Nella maggior parte dei casi l’utente viene inviato altrove, con il pericolo di perdere il contatto tra l’accertamento della malattia e l’inizio della terapia.

Distanza dai centri, ostacoli organizzativi, difficoltà nel seguire il trattamento e stigma possono interrompere il percorso. FeDerSerD indica come possibili risposte il rafforzamento dell’assistenza vicino al domicilio, l’impiego di test rapidi e modelli che consentano di avviare la cura subito dopo la diagnosi.


La salute sessuale entra nei SerD

Per Pini, l’epidemiologia delle infezioni associate alle dipendenze è cambiata: accanto ai rischi storicamente connessi all’uso endovenoso delle sostanze, ha assunto maggiore peso la trasmissione sessuale. Il chemsex si colloca in questo scenario e richiede competenze specifiche, anche se oggi non viene ancora considerato una priorità dalla maggioranza dei servizi.

La federazione considera quindi i SerD non soltanto luoghi dedicati al trattamento della dipendenza, ma presìdi territoriali utili a proteggere la salute complessiva delle persone più vulnerabili. «La dipendenza rappresenta il motivo iniziale dell’accesso al servizio», ha ricordato Pini, sottolineando la necessità di intercettare anche gli altri problemi sanitari che possono emergere durante la presa in carico.

L’obiettivo indicato al congresso è ridurre le differenze regionali, formare meglio gli operatori e costruire équipe multidisciplinari. Una rete più integrata dovrebbe permettere di raggiungere più persone e di evitare che la diagnosi resti separata dall’assistenza necessaria.

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