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Salute 2 min di lettura2 ore fa

Asma grave, la svolta dei 6 mesi: cosa cambia con depemokimab

La terapia biologica a somministrazione semestrale punta a mantenere sotto controllo l’infiammazione e a rendere più semplice la gestione della malattia

Nell’asma grave, le riacutizzazioni rappresentano soltanto il segnale più visibile di un processo infiammatorio più ampio. Per questo, secondo Claudia Crimi, professoressa associata di Malattie dell’apparato respiratorio all’Università di Catania, una soppressione prolungata dell’infiammazione può migliorare la prevenzione degli episodi futuri e consentire una valutazione più completa delle condizioni del paziente.


Il bersaglio va oltre le riacutizzazioni

«La riacutizzazione è soltanto la punta dell’iceberg», ha spiegato Crimi durante il XXVII Congresso nazionale della Società italiana di pneumologia, organizzato a Roma. La specialista ha sottolineato che un controllo stabile dell’infiammazione aiuta a capire se i sintomi persistenti dipendano dalla malattia non ancora compensata oppure da comorbidità non adeguatamente gestite.

Questa impostazione, ha aggiunto la pneumologa, permette di allargare l’attenzione dal singolo evento acuto alla presa in carico complessiva. L’obiettivo diventa così verificare il controllo della patologia nel suo insieme e intervenire con maggiore precisione sugli elementi ancora problematici.


Sei mesi tra una somministrazione e l’altra

Depemokimab è il primo farmaco biologico a durata ultra-prolungata destinato all’asma grave. La Commissione europea lo ha autorizzato nel febbraio 2026 come trattamento aggiuntivo di mantenimento per le forme caratterizzate da infiammazione di tipo 2 e come terapia aggiuntiva per la rinosinusite cronica grave con poliposi nasale; la somministrazione è prevista ogni 6 mesi.

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Per Crimi, la cadenza semestrale può modificare concretamente la vita di persone spesso giovani, impegnate nel lavoro e costrette a coordinare visite, controlli e terapie. Ridurre la frequenza delle iniezioni significa anche alleggerire il peso mentale legato alla gestione della cura e rendere il percorso più compatibile con la quotidianità.


Più aderenza e una gestione diversa

Gli studi del programma Swift, ha riferito l’esperta, hanno documentato l’efficacia del farmaco nell’inibire l’infiammazione attraverso l’azione sull’interleuchina 5, indicata come IL-5. La durata dell’effetto offre ai medici un’opportunità ulteriore per mantenere sotto controllo i sintomi senza dover fare affidamento, con la stessa frequenza, sulla regolarità delle somministrazioni.

«È un cambio di paradigma nel percorso del paziente», ha affermato Crimi. Una terapia meno frequente potrebbe inoltre lasciare ai clinici più tempo per seguire i casi complessi, le persone con maggiori difficoltà e quelle con numerose comorbidità, favorendo una riorganizzazione dell’assistenza anche per chi non sarà trattato con depemokimab.

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