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Politica 3 min di lettura4 giorni fa

Takaichi-Trump, il vertice lascia Tokyo senza risposte su Taiwan

Dai colloqui di New York emergono nuovi impegni economici e militari, ma restano aperti i nodi della CPI, della Cina e della sicurezza regionale.

Il viaggio negli Stati Uniti della premier giapponese Takaichi Sanae si è chiuso con nuovi propositi di collaborazione, ma senza le garanzie politiche che Tokyo sperava di ottenere. Nei due giorni trascorsi a New York, il confronto con Donald Trump ha prodotto soprattutto intese su investimenti e sicurezza economica, mentre sono rimasti irrisolti i dossier più delicati: Corte penale internazionale, Taiwan e rapporti con Pechino.


La CPI resta il nodo più scomodo

Durante il colloquio privato, durato 35 minuti, Takaichi non ha chiesto a Trump di revocare le sanzioni statunitensi contro la giudice giapponese Akane Tomoko, sospesa dalla presidenza della Corte penale internazionale. La premier ha dedicato soltanto pochi istanti alla difesa dell’organismo, che il presidente americano considera un’istituzione “fuori controllo, che minaccia la sovranità degli States”.

La posizione espressa all’Assemblea generale delle Nazioni Unite è stata più netta sul piano formale: Takaichi ha ribadito il “costante sostegno” del Giappone alla CPI e al principio dello Stato di diritto. Tuttavia, nel suo intervento non ha attaccato le misure annunciate da Washington ad agosto, una scelta particolarmente significativa considerando che nel 2025 Tokyo è stato il principale finanziatore della Corte. In questo modo la premier ha anche disatteso le aspettative dei parlamentari giapponesi, che chiedevano una reazione più energica alle sanzioni.


Intese economiche, dubbi sulla Cina

Il faccia a faccia ha confermato l’intenzione di rendere più stretta l’alleanza tra Giappone e Stati Uniti. I due Paesi hanno inoltre concordato di ampliare il coordinamento nei comparti dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori e delle materie prime strategiche. Trump ha definito Takaichi “una grande premier e mia amica di lunga data”, ma il rapporto bilaterale comporta anche richieste rilevanti per Tokyo.

Il Giappone ha infatti già accettato di mobilitare 550 miliardi di dollari, tra capitali, finanziamenti e garanzie, per iniziative localizzate negli Stati Uniti, ottenendo in cambio condizioni tariffarie più favorevoli. Washington chiede inoltre a Tokyo di portare la spesa militare al 3,5% del prodotto interno lordo e di aumentare gli investimenti sul territorio americano. Secondo Maeshima Kazuhiro, docente della Sophia University di Tokyo, le necessità legate alla sicurezza nazionale impediscono al Giappone di adottare tutte le misure che riterrebbe opportune.


L’alleanza limita la libertà di Tokyo

Il vertice si è svolto poco prima dell’incontro tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping. Per il governo giapponese sarebbe stata un’occasione per ottenere impegni più precisi sulla difesa comune di fronte alla Cina, ma dal colloquio non sono emerse garanzie concrete sulla protezione di Taiwan né indicazioni capaci di sciogliere i timori legati a un possibile accordo tra Washington e Pechino.

La preoccupazione nasce anche dal quasi congelamento dei rapporti tra Tokyo e Pechino, in corso dal novembre 2025. A Tokyo si osserva che la diplomazia nazionale è costretta a privilegiare il legame con gli Stati Uniti sul terreno militare, proprio mentre l’incertezza internazionale è alimentata anche dalle decisioni americane. La guerra con l’Iran e le conseguenze sui mercati energetici, la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, la crisi di Gaza e il sostegno di Washington a Netanyahu hanno inoltre riaperto il dibattito sulla compatibilità tra la linea statunitense e il diritto internazionale.

I quattro incontri tra Takaichi e Trump dall’inizio dell’attuale presidenza americana hanno spesso restituito immagini di sintonia, tra sorrisi e strette di mano. Resta però da capire quale sia il risultato concreto per il Giappone: l’intesa con Washington si rafforza, ma Tokyo continua a dipendere dagli Stati Uniti per la propria sicurezza mentre vede messi in discussione alcuni organismi internazionali che considera fondamentali.

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