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Politica 3 min di lettura5 giorni fa

Taiwan, la strategia lenta di Xi per spostare Trump

Pechino punta sulla ripetizione e sugli incontri ravvicinati per orientare la Casa Bianca su Taiwan e Giappone, senza cercare svolte immediate.

Il nuovo pacchetto statunitense da 14 miliardi di dollari per Taiwan può diventare una leva negoziale più che una scelta definitiva di Washington. Donald Trump lo ha infatti definito una «fiche molto efficace nei negoziati» con la Cina, attenuando il significato politico della vendita di missili, sistemi antidroni e strumenti per la difesa aerea.

La lettura di Pechino è coerente con una strategia costruita nel tempo: Xi Jinping non sembra puntare a un risultato risolutivo in un solo vertice, ma a modificare gradualmente il linguaggio e le priorità del presidente americano. Il termine cinese “jianchi”, traducibile con “aderire”, riassume proprio questa linea fatta di insistenza e piccoli spostamenti.


Taiwan è il vero terreno di prova

Secondo l’impostazione cinese, l’obiettivo è accompagnare gli Stati Uniti dalla tradizionale neutralità sull’indipendenza di Taiwan a una presa di posizione esplicita contro quella prospettiva. Non si tratterebbe di una svolta improvvisa, bensì di una serie di aggiustamenti capaci, nel tempo, di cambiare gli equilibri nello Stretto.

Durante il colloquio di giovedì con Trump, Xi ha chiesto che Washington «aderisca alla posizione corretta di opporsi all'indipendenza di Taiwan e gestisca la questione con prudenza». A suo giudizio, una simile linea potrebbe creare le condizioni per una cooperazione più solida tra le due potenze e per un miglioramento dei rapporti bilaterali.

Il linguaggio scelto da Pechino è stato interpretato da Craig Singleton, analista del programma Cina della Fondazione per la difesa delle democrazie, come un segnale della convinzione cinese che Trump abbia già accolto almeno alcune delle “linee rosse” fissate sul dossier taiwanese. Il ministero degli Esteri di Taiwan ha reagito accusando Pechino di alterare la rappresentazione dei fatti.


Una tregua ancora molto fragile

La distanza tra le dichiarazioni e le decisioni concrete resta tuttavia evidente. Dopo gli 11 miliardi di dollari autorizzati l’anno scorso, l’eventuale conferma del nuovo piano per Taiwan rischierebbe di mettere sotto pressione la distensione tra Washington e Pechino, già limitata dal prolungamento di appena un paio di mesi della tregua commerciale.

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Proprio la definizione usata da Trump per descrivere la fornitura suggerisce, secondo la lettura cinese, che il presidente americano consideri il dossier anche come uno strumento da spendere nel confronto bilaterale. Xi offre in cambio la prospettiva di una “stabilità strategica” e di una relazione vantaggiosa per entrambi, chiedendo però agli Stati Uniti un atteggiamento giudicato corretto e prudente su Taiwan.


Xi sceglie il logoramento diplomatico

I tre incontri al vertice avvenuti dallo scorso ottobre, insieme agli appuntamenti già previsti a margine del vertice Apec di Shenzhen a novembre e del G20 di Miami a dicembre, forniscono a Xi occasioni ripetute per influenzare il presidente americano. La tattica non mira a strappare subito concessioni decisive, ma a verificare le debolezze della posizione statunitense e a intervenire poco alla volta sulle sue convinzioni.

Matt Pottinger, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale di Trump durante il primo mandato e oggi responsabile del Programma Cina della stessa fondazione, ha descritto questi contatti come momenti utili a individuare le fragilità dell’approccio americano. La cordialità mostrata da Xi negli Stati Uniti si inserisce così in un calcolo diplomatico di lungo periodo.


Il messaggio si estende al Giappone

La stessa impostazione è stata applicata anche al rapporto con Tokyo. Xi ha ricordato a Trump la collaborazione militare tra Stati Uniti e Cina contro il Giappone nella Seconda guerra mondiale, richiamando inoltre la definizione del Giappone imperiale come regime fascista e potenza aggressiva.

Il richiamo storico serve a proporre una contrapposizione netta: da una parte i due Paesi che allora combatterono insieme, dall’altra il Giappone presentato come responsabile dell’aggressione. Anche su questo fronte, Pechino punta dunque a orientare la percezione di Trump attraverso contatti frequenti e una narrazione ripetuta, più che attraverso una singola decisione.

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