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Politica 3 min di lettura3 giorni fa

Scuola, l’appello dei genitori a Mattarella: stop al decreto

Dalla Di Donato di Roma arriva una dura contestazione alle nuove regole su alunni stranieri, lingua e volto coperto: prima delle quote servono edifici sicuri e più risorse.

Alla scuola Di Donato di Roma il confronto sul nuovo decreto del governo parte dai problemi quotidiani vissuti da bambini, famiglie e insegnanti. L’edificio è ancora interessato da lavori di adeguamento sismico iniziati quattro anni fa, mentre la carenza di docenti stabili rende più fragile un istituto considerato un esempio di convivenza tra oltre 50 provenienze diverse.

I genitori dell’istituto comprensivo Daniele Manin hanno quindi scritto a Sergio Mattarella, oltre che a Camera e Senato, chiedendo di non firmare il provvedimento. Nel loro appello contestano il limite previsto per gli alunni con cittadinanza non italiana e le misure sull’apprendimento dell’italiano e sull’abbigliamento, giudicandole lontane dalle necessità reali della scuola pubblica.


Alla Di Donato le emergenze sono concrete

Nel plesso dell’Esquilino i lavori per la sicurezza sismica non sono ancora terminati. La scuola dell’infanzia aspetta inoltre di poter riutilizzare i propri ambienti e il cortile, con ricadute che ogni giorno coinvolgono gli alunni e il personale.

Anche la continuità didattica è difficile. Molti insegnanti arrivano da altre regioni, scelgono l’istituto perché vicino alla stazione Termini e affrontano una vita da pendolari: il costo delle abitazioni nella capitale spinge diversi docenti a lasciare dopo un solo anno. Per le famiglie servono dunque una sede completata e sicura, oltre a un organico più stabile.


La soglia del 30% divide gli alunni

Il decreto introduce, secondo i firmatari, una distinzione basata sulla cittadinanza nella formazione delle classi. La critica riguarda soprattutto il criterio scelto: il provvedimento conterebbe i passaporti, senza verificare davvero il livello di italiano dei bambini.

I genitori citano il caso di un alunno straniero nato a Roma e cresciuto parlando italiano, che potrebbe rientrare nel limite se non avesse frequentato due anni di scuola dell’infanzia, percorso non obbligatorio. Al contrario, un bambino italiano che non conosce la lingua non sarebbe incluso nella stessa soglia. Per questo, sostengono, se l’obiettivo fosse linguistico bisognerebbe finanziare l’insegnamento dell’italiano e non fissare percentuali legate alla cittadinanza.

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La lettera ricorda anche esperienze subite in passato dalle famiglie italiane emigrate: negli Stati Uniti, in Svizzera e in Germania i loro figli furono separati, nascosti o inseriti in percorsi distinti perché non parlavano la lingua del Paese. Oggi, secondo i genitori, il rischio è applicare ai figli di altre famiglie una logica analoga.


Più sostegno, meno controllo sulle famiglie

Le scuole con maggiore complessità linguistica e sociale, spiegano i firmatari, dovrebbero ricevere aiuti commisurati ai bisogni effettivi. Tra le richieste indicano insegnanti, mediatori linguistici, tempo pieno, servizi e investimenti contro gli effetti della povertà e della segregazione abitativa.

Nel mirino finisce anche la parte del decreto che collega corsi obbligatori di italiano per i genitori, possibile segnalazione ai servizi sociali e sanzioni per chi partecipa alle attività scolastiche con il volto coperto. I genitori vi leggono un impianto fondato sulla punizione più che sull’accompagnamento. Rilevano inoltre una contraddizione con il decreto-legge n. 20 del 2023, il cosiddetto decreto Cutro, che aveva eliminato i corsi di italiano dai centri di accoglienza per i richiedenti protezione, mentre ora si chiederebbe alle famiglie di imparare rapidamente la lingua senza nuovi costi per lo Stato.

La lettera respinge anche l’accostamento tra composizione delle classi e libertà delle bambine e delle ragazze. Secondo i genitori, il contrasto alle discriminazioni sessiste e razziste richiede ascolto, sostegno e spazi di autodeterminazione, oltre a un confronto pubblico ampio che coinvolga donne, studentesse e lavoratrici della scuola.

Nel documento vengono richiamate infine altre carenze del sistema scolastico nazionale: soltanto due istituti su cinque risultano accessibili a chi ha una disabilità motoria e oltre nove edifici su dieci non dispongono di sistemi di raffrescamento. Sono questi, concludono le famiglie della Di Donato, gli interventi da affrontare prima di introdurre limiti numerici fondati sulla cittadinanza.

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