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Politica 4 min di lettura5 giorni fa

Scuola, il 30% non basta: perché i docenti contestano la stretta

Tra classi sbilanciate, seconde generazioni e ragazzi appena arrivati, molti insegnanti spiegano che un limite fisso non risolve i problemi quotidiani delle scuole.

Per chi lavora con gli alunni stranieri, il nodo non è una percentuale astratta ma la possibilità concreta di farli entrare nel gruppo classe. Valentina Barile, docente di L2 a Campobasso e Benevento, dice di capire che qualcosa è cambiato quando vede i bambini abbracciarsi tra loro: per lei è il segnale più evidente che l’integrazione sta funzionando.


Il limite dei numeri non convince tutti

La discussione è esplosa mentre il governo prepara un decreto che fisserebbe per legge il 30% come soglia massima di studenti stranieri in classe. L’obiettivo dichiarato dalla maggioranza è evitare concentrazioni eccessive e prevenire le cosiddette classi-ghetto. Ma tra gli insegnanti cresce l’idea che una regola uguale per tutti rischi di restare teorica.

Antonello Giannelli, presidente dell’Anp, ha concentrato l’attenzione sul lato pratico della misura. In contesti dove il territorio stesso presenta una forte presenza di famiglie straniere, ha spiegato, il dirigente scolastico si trova davanti a un ostacolo quasi insolubile. «Che facciamo? Non li accettiamo a scuola?», ha dichiarato.


I dati raccontano una scuola già molto diversa

Le cifre più aggiornate disponibili arrivano dalla Fondazione ISMU e si riferiscono all’anno scolastico 2024/2025. Gli studenti con cittadinanza non italiana sono 931.323, su circa 8 milioni di alunni complessivi: l’11,6 per cento. E oltre la metà di loro, il 65,4%, è nata in Italia, quindi appartiene a seconde generazioni che spesso parlano italiano con naturalezza e, in molti casi, anche i dialetti del posto.

Anche il tema della soglia del 30% ha una storia precedente. Già nel 2010 Mariastella Gelmini la introdusse con una circolare, lasciando però ampi margini di deroga. Oggi, secondo i dati del ministero dell’Istruzione, le classi che superavano quel limite erano il 7,6% nell’anno scolastico 2022/2023. La quota scende allo 0,6% se si escludono gli alunni stranieri nati in Italia.


Dove il problema pesa di più

La pressione maggiore si concentra nel Centro-Nord, soprattutto in Lombardia, Emilia-Romagna e Liguria. Se invece si guarda al peso complessivo degli studenti stranieri sul totale degli iscritti, le percentuali più alte emergono a Prato, Piacenza e Parma. In sostanza, non è il Paese intero a presentare la stessa criticità, ma alcune province dove il margine di manovra è molto ristretto.

La distribuzione cambia anche a seconda del grado scolastico. Alla primaria la quota di classi oltre la soglia sale al 12,4%, poi scende al 7% nelle scuole medie e al 3,5% alle superiori. Sono numeri che spiegano perché il dibattito si concentri soprattutto sui primi anni di scolarizzazione, quando l’impatto linguistico è più forte.

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Dentro le classi il lavoro è più lento

Le difficoltà si vedono bene nelle aule dell’infanzia. A Mestre, una maestra racconta di una sezione con 24 bambini, di cui 20 stranieri e 4 italiani. Molti dei piccoli non parlano ancora italiano, così l’insegnamento rallenta inevitabilmente perché, prima di tutto, bisogna costruire la base linguistica.

Secondo la docente, il coinvolgimento delle famiglie è un altro ostacolo. Le madri, racconta, spesso non conoscono l’italiano quanto i padri, ma sono loro a occuparsi più spesso dell’accompagnamento dei figli a scuola. I corsi di lingua esistono, ma non sempre sono accessibili: molte donne hanno altri bambini piccoli e non riescono a frequentarli con continuità.


Il caso degli adolescenti resta scoperto

Il punto più fragile, però, riguarda i Minori Stranieri Non Accompagnati e in generale i ragazzi arrivati in Italia in età già adolescenziale. Nei CPIA, i Centri Provinciali Istruzione Adulti, il carico viene spesso gestito con strumenti limitati. Una docente racconta il caso di un sedicenne pakistano: la scuola superiore, spiega, può rifiutarlo perché la mancanza di italiano rallenterebbe il resto della classe, e così il ragazzo finisce in un percorso con sole 6-8 ore settimanali di lingua.

Per quell’insegnante, il rischio è evidente: senza un’accelerazione vera, molti di questi adolescenti non arrivano neppure alla terza media prima della maggiore età. Da qui la proposta di classi ponte o percorsi di full-immersion linguistica per 4-6 mesi, seguiti da un inserimento parallelo tra mattina e pomeriggio tra scuola ordinaria e CPIA.


L2, una risorsa spesso sprecata

Nel racconto di chi insegna italiano agli stranieri, c’è infine un’altra criticità: il ruolo dei docenti L2. Valentina Barile denuncia che in molte scuole questi specialisti vengono usati come tappabuchi, spostati sulle supplenze o impiegati per coprire altre esigenze interne invece di essere assegnati all’alfabetizzazione.

Quando, al contrario, la figura è valorizzata, il docente L2 diventa un ponte: prende in carico gli studenti più fragili, costruisce percorsi personalizzati e offre supporto sia didattico sia emotivo. È questo, per molti insegnanti, il punto centrale della discussione: non solo il numero degli stranieri in aula, ma gli strumenti reali per accompagnarli dentro la scuola.

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