Scontro Tajani-Anm sulla giustizia: «Nessuno va intimidito
Il vicepresidente del Consiglio chiede decisioni più severe sugli arresti, ma l’Associazione nazionale magistrati contesta una visione incompatibile con lo Stato di diritto.
Le parole di Antonio Tajani sulla gestione degli arresti hanno aperto un confronto immediato con l’Associazione nazionale magistrati. Il vicepresidente del Consiglio ha invocato maggiore severità da parte dei magistrati, mentre l’Anm ha respinto l’idea che la giustizia possa diventare uno strumento di pressione.
Tajani chiede risposte più dure
L’intervento è avvenuto questa mattina a Roma, durante un incontro con i cittadini organizzato nell’ambito del “Villaggio della legalità”. Tajani ha osservato che, in alcuni casi, persone fermate dalle Forze dell’Ordine tornano a spacciare già il giorno successivo.
Da qui la richiesta ai magistrati chiamati a decidere sugli arresti di adottare un approccio più rigido, pur riconoscendo l’esistenza del problema legato alla capienza delle carceri. Tajani ha ribadito che il Governo sostiene le Forze dell’Ordine, ma non può sostituirsi alla magistratura nelle sue decisioni.
Nel suo ragionamento, il vicepresidente del Consiglio ha sostenuto che occorrano segnali capaci di far comprendere ai cittadini che chi commette reati non può restare impunito. Ha poi aggiunto: «Colpirne uno per educarne cento, credo che serva e credo che anche alcuni magistrati debbano mettersi la mano sulla coscienza».
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L’Anm respinge la logica dell’intimidazione
La replica della Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati è arrivata poco dopo la diffusione delle dichiarazioni. L’organismo ha giudicato le parole di Tajani incompatibili con i principi dello Stato di diritto e ha ricordato che il compito dei giudici consiste nell’applicare la legge.
Secondo l’Anm, la sicurezza non può essere garantita trasferendo sulla magistratura la responsabilità delle scelte politiche o delle difficoltà del sistema penitenziario. Nella nota, la Giunta ha affermato: «La giustizia non è e non può essere uno strumento di intimidazione nei confronti di nessuno».
L’associazione ha inoltre espresso forte stupore per l’impostazione attribuita al vicepresidente del Consiglio, sottolineando che nessun magistrato dovrebbe essere chiamato a decidere per produrre un effetto dimostrativo. Il confronto resta così concentrato sul rapporto tra tutela della sicurezza, autonomia della magistratura e applicazione delle norme sugli arresti.
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