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Politica 3 min di lettura1 ora fa

Schifani-Tajani, il caso Sicilia riapre il dossier del voto anticipato

La ricandidatura del governatore divide Forza Italia mentre Lega e alleati frenano sull’ipotesi di elezioni in primavera.

Un confronto telefonico dai toni molto accesi tra Antonio Tajani e Renato Schifani ha riportato la tensione dentro Forza Italia. Al centro della discussione ci sarebbe il futuro del governatore siciliano, che considera acquisita la possibilità di correre per un secondo mandato alle regionali del 2027, mentre a Roma sarebbero cresciute le perplessità sulla sua riconferma.


Il nodo siciliano agita Forza Italia

La scintilla è arrivata dopo le parole di Nino Minardo, commissario del partito in Sicilia, che ha richiamato la necessità di un ricambio politico in seguito all’ennesimo caso giudiziario. Schifani avrebbe manifestato il proprio disappunto e, dopo il colloquio con Tajani, annunciato riflessioni e comunicazioni a breve.

La vicenda regionale si inserisce in una fase già delicata per Forza Italia. Nel partito restano aperte anche le richieste per una squadra più ampia e con una presenza maggiore di esponenti giovani, mentre la linea sulle prossime elezioni nazionali non appare ancora definita.


Gli azzurri guardano all’autunno

A pesare sul calendario elettorale è anche la possibile crescita di Futuro Nazionale e del consenso legato a Vannacci. Se il partito dovesse continuare a guadagnare terreno nei sondaggi, una parte degli azzurri preferirebbe votare prima di un ulteriore rafforzamento; in caso contrario, l’attesa potrebbe diventare più conveniente.

In una riunione ristretta, raccontano alcuni esponenti di Forza Italia, Tajani avrebbe sondato gli orientamenti dei dirigenti: il voto in autunno sarebbe risultato l’opzione prevalente. Il segretario del partito, pubblicamente, sostiene però la necessità di arrivare alla scadenza naturale della legislatura. «Noi siamo favorevoli ad arrivare alla fine della legislatura», ha affermato.


La primavera non convince gli alleati

La proposta di concentrare a maggio le elezioni politiche e quelle amministrative non raccoglie consensi uniformi nella coalizione. Anche i centristi di Maurizio Lupi e l’Udc non sembrano orientati a sostenere una consultazione anticipata, sebbene le motivazioni cambino da partito a partito.

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Forza Italia teme inoltre le conseguenze delle tensioni interne, mentre nella Lega resta sullo sfondo il congresso straordinario promosso da Matteo Salvini. I meloniani, al contrario, vedono un possibile vantaggio nell’abbinamento con le amministrative: perdere le principali città, tra cui Roma, Napoli, Bologna e Milano, potrebbe avere effetti più pesanti se le politiche si svolgessero in un momento successivo.


La Lega lega il voto all’Autonomia

Il freno più netto arriva dal Carroccio. Massimiliano Romeo ritiene che la riforma dell’autonomia differenziata debba essere completata prima di valutare qualsiasi scioglimento anticipato: «Solo dopo aver concluso l’iter sull’autonomia differenziata si possono fare ipotesi di elezioni anticipate, non prima».

Il percorso è arrivato alla fase delle intese con 4 regioni del Nord e, secondo Roberto Calderoli, potrebbe richiedere ancora un anno. Il ministro aveva già chiesto alla Lega e agli alleati di dedicare alla riforma lo stesso impegno riservato all’approvazione della legge elettorale.


Il calendario resta senza decisione

Roberto Occhiuto ha invitato Giorgia Meloni a utilizzare tutto il tempo disponibile fino alla conclusione della legislatura, concentrandosi su misure economiche capaci di diventare risultati riconoscibili per il centrodestra. Anche Stefania Craxi considera prematuro interrompere l’esperienza di governo e richiama la lealtà verso gli elettori.

Sul tavolo restano però le ragioni pratiche sostenute da chi guarda al voto di primavera: organizzare un’unica tornata ridurrebbe i costi rispetto a due appuntamenti distinti e scongiurerebbe una campagna estiva, con il rischio di una partecipazione più bassa. Intanto, a 48 ore dal voto finale alla Camera sulla legge elettorale, l’ipotesi di abbreviare la legislatura continua a dividere la maggioranza.

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