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Politica 2 min di lettura1 ora fa

Kippà e Stella di David, la paura dei giovani: l’appello dell’Ucei

Alla commemorazione del 7 ottobre e dell’attentato del 1982, Livia Ottolenghi e Riccardo Di Segni hanno denunciato l’aumento dell’antisemitismo e l’isolamento vissuto dalla comunità.

Indossare una kippà o portare una catenina con la Stella di David può oggi suscitare timore tra i giovani ebrei, anche negli ambienti destinati alla formazione. È il quadro tracciato al Tempio Maggiore di Roma durante la commemorazione dell’attacco del 7 ottobre 2023 e dell’attentato compiuto nella stessa città il 9 ottobre 1982.


La paura colpisce i più giovani

Livia Ottolenghi, presidente dell’Ucei, ha indicato nella condizione dei ragazzi la principale fonte di preoccupazione. Secondo la sua denuncia, il rischio di discriminazioni riguarda sia le scuole sia le università, dove alcuni giovani temono di essere riconosciuti per i simboli della propria identità religiosa.

Nel suo intervento, Ottolenghi ha sostenuto che l’antisemitismo non venga più celato dietro l’antisionismo. Ai ragazzi ha quindi rivolto un invito a non arretrare e a non occultare le proprie radici: «Vivere a testa alta, fieri della nostra storia, della nostra cultura e dei nostri valori: ce lo impone il 7 ottobre».


Legami spezzati e isolamento

Anche il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha parlato di un mutamento radicale nella percezione degli ebrei. A suo giudizio, la comunità è stata trasformata nell’immaginario collettivo da vittima a presunta responsabile, fino a essere associata al sostegno di un regime definito criminale.

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Di Segni ha riferito che, negli ultimi mesi, sono venuti meno rapporti personali e amicizie, mentre in diversi contesti la presenza degli ebrei sarebbe diventata motivo di disagio o distanza. Ha inoltre osservato che il pregiudizio è ormai emerso senza più remore e può manifestarsi in ambienti differenti.


Una solidarietà ancora presente

Nel finale del suo intervento, il rabbino capo ha però ricordato che l’isolamento non è stato totale. Nella società, ha spiegato, continuano a esserci persone capaci di esprimere affetto e apprezzamento verso la comunità ebraica per ciò che è realmente.

Il riconoscimento, secondo Di Segni, dovrebbe prescindere dalle rappresentazioni deformate che arrivano da posizioni contrapposte. La solidarietà, dunque, non dovrebbe dipendere dall’adesione a un’identità immaginata o imposta dall’esterno.

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