Salvini resta al comando: la Lega alza la voce su Kiev e guarda al voto
Con 465 preferenze il leader supera Garavaglia e prova a ricucire il partito, coinvolgendo il fronte del Nord senza rinunciare alla sua linea politica.
La riconferma di Matteo Salvini alla guida della Lega riapre la partita sugli equilibri interni. Il segretario ha ottenuto 465 voti, mentre Massimo Garavaglia si è fermato a 146, ma il risultato congressuale non chiude da solo le tensioni che hanno attraversato il partito.
Il primo banco di prova sarà il rapporto con l’area settentrionale, a partire da Luca Zaia, e con quanti hanno criticato la direzione politica degli ultimi mesi. Salvini tende la mano, ma accompagna l’apertura con un messaggio netto: la nuova fase dovrà svolgersi sotto la sua leadership.
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Zaia diventa la chiave interna
Dal palco il segretario ha promesso di superare la stagione degli scontri e ha chiesto di non trattare gli iscritti che dissentono come avversari. Il coinvolgimento di Zaia potrebbe diventare uno degli strumenti per ricostruire un equilibrio tra la componente nordista e il progetto nazionale della Lega.
L’ex presidente del Veneto ha condiviso la richiesta di interrompere l’invio di armi all’Ucraina e ha messo in guardia dal rischio che il conflitto si trasformi in un nuovo Afghanistan per l’Italia. La convergenza sul tema internazionale può quindi favorire anche una ricomposizione politica interna, sebbene restino da definire incarico e responsabilità.
Salvini ha fatto sapere che Zaia potrà offrire il proprio contributo già nei prossimi mesi. La composizione della nuova segreteria dovrebbe essere chiarita entro una o due settimane, dopo che Claudio Durigon aveva sostenuto l’opportunità di affidare un ruolo all’ex governatore veneto.
Kiev resta il terreno dello scontro
La posizione sull’Ucraina è stata indicata da Salvini come uno dei tratti distintivi della Lega nella maggioranza. Il leader ha sostenuto che non sia più possibile continuare a destinare denaro e armamenti a Kiev e ha chiesto di concentrare gli sforzi su un negoziato.
“Questa maledetta guerra finirà al tavolo diplomatico”, ha affermato, ribadendo che il partito vuole restare una forza di governo affidabile, ma non silenziosa. Il riferimento è ai più di quattro anni di guerra, alle vittime, alle sanzioni e ai diversi pacchetti di sostegno militare già approvati.
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La linea di Salvini mira anche a rafforzare il peso della Lega dentro la coalizione. Il segretario pretende che le posizioni del partito vengano considerate e respinge l’idea di un ruolo subordinato rispetto agli alleati.
L’obiettivo è il secondo posto
Archiviato il congresso, Salvini ha spostato lo sguardo sulle prossime elezioni politiche. La previsione dichiarata è che Giorgia Meloni torni a Palazzo Chigi e che la Lega Italia federale diventi almeno la seconda forza del centrodestra.
Il nuovo nome del partito richiama sia le radici settentrionali sia l’ambizione di presentarsi come formazione nazionale. Per raggiungere questo risultato, però, il segretario dovrà tenere insieme sensibilità diverse: da una parte chi chiede maggiore attenzione all’identità originaria, dall’altra il gruppo che sostiene la trasformazione della Lega in un partito federale esteso a tutto il Paese.
La tregua vale solo per chi collabora
L’apertura verso il dissenso non coincide con una piena libertà di manovra per le correnti interne. Salvini ha avvertito che non saranno accettati boicottaggi o iniziative finalizzate a indebolire la guida appena confermata.
Nel mirino resta anche Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, che aveva evocato il rischio di una trasformazione della Lega simile a quella vissuta da Italia Viva con Matteo Renzi. Salvini ha respinto il paragone, descrivendo la distanza dall’ex presidente del Consiglio come radicale, mentre sul futuro di Romeo ha lasciato la decisione ai senatori.
Il congresso consegna dunque al segretario una vittoria ampia, ma anche una responsabilità precisa: ricomporre le fratture senza perdere il controllo del partito. La sfida sarà trasformare la tregua interna in una linea comune, mantenendo insieme il fronte del Nord, il ruolo nella maggioranza e la battaglia politica sull’Ucraina.
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