Pnrr, il vero test adesso è il dopo: la sfida dei fondi comuni
Gentiloni legge il bilancio del Next Generation Eu come un passaggio superato, ma avverte che la partita decisiva riguarda la capacità dell’Europa di investire ancora insieme.
Il banco di prova, per l’Italia e per l’Europa, non è più soltanto il Pnrr: la questione ora è se l’esperienza maturata in questi anni saprà trasformarsi in una stagione nuova di investimenti condivisi. Paolo Gentiloni parte da qui per rileggere il lascito del Next Generation Eu e per spiegare perché, a suo giudizio, la fase iniziata con la pandemia non può dirsi chiusa.
Nel contributo curato da Roberto Garofoli per l’Anci, l’ex commissario europeo richiama il valore di quel lavoro e sostiene che le 800 pagine del volume offrano indicazioni utili a chiunque voglia misurarsi con il governo del Paese. Il punto, però, va oltre la sola attuazione dei piani: riguarda il modo in cui l’Europa ha risposto alla crisi e ciò che dovrebbe fare adesso.
L’eredità del Next Generation Eu
Gentiloni definisce il Pnrr uno «stress test» per la Repubblica e ritiene che l’esame, nel complesso, sia stato superato. Da questa premessa fa discendere la domanda più impegnativa: come evitare che quella spinta si esaurisca, lasciando senza seguito l’idea di una crescita più stabile.
Ripensando al 2020, l’ex commissario indica quattro effetti decisivi della reazione europea. La prima scelta, secondo lui, arrivò in tempi molto rapidi: a pochi giorni dalla dichiarazione di pandemia da parte dell’Oms, il 18 marzo, la Bce lanciò il Pandemic Purchase Program e la Commissione sospese le regole del Patto di Stabilità. Due mosse che, nel suo racconto, contribuirono a frenare la tensione sui mercati e a evitare una frattura tra i Paesi dell’Unione simile a quella vista dopo la crisi finanziaria di dieci anni prima.
Il secondo elemento riguarda la distribuzione delle risorse: i 750 miliardi di Eurobond furono assegnati dando più peso agli Stati colpiti con maggiore forza dal Covid e più esposti, Italia compresa. Per Gentiloni, questo meccanismo ha favorito una convergenza reale e ha sostenuto soprattutto le economie del Sud rispetto a quelle del Centro-nord.
A questi due aspetti se ne aggiungono altri due. Il terzo è il metodo performance based, che lega l’erogazione dei fondi al raggiungimento di obiettivi scanditi nel tempo. Il quarto riguarda invece il rapporto tra Commissione e governi nazionali, diventato più stretto e strutturato, con un ruolo cresciuto per Bruxelles e un’impostazione che ritrova un’eco anche nelle nuove regole del Patto di Stabilità, fondate su piani negoziati a medio termine.
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I limiti che pesano ancora
Accanto ai risultati, Gentiloni segnala però anche due criticità di impianto. La prima è l’assenza di risorse dedicate a progetti comuni, una lacuna che, a suo avviso, ha fatto perdere un’occasione anche rispetto agli obiettivi messi in evidenza dai rapporti di Mario Draghi e Enrico Letta.
Il secondo problema è arrivato con l’invasione russa dell’Ucraina. Quel passaggio ha costretto a rivedere in corsa i Piani nazionali quando erano ormai già avviati, con effetti negativi sui tempi e sull’equilibrio tra flessibilità e rispetto delle scadenze.
Il caso italiano tra ritardi e risultati
Sul fronte nazionale, Gentiloni riconosce che anche l’attuazione del Pnrr italiano ha mostrato debolezze: gli interventi si sono dispersi, diversi progetti rimasti a lungo nei cassetti sono stati recuperati, e non c’è stata piena corrispondenza tra i ritmi dei versamenti europei e quelli della spesa reale. I ritardi, precisa, sono stati spesso attribuiti ai Comuni, ma in realtà hanno riguardato soprattutto opere di grande valore finanziario.
Il bilancio finale, tuttavia, per lui resta positivo. I tre governi passati per la gestione del piano — Conte 2, Draghi e Meloni — hanno retto quello stress test e hanno dato seguito all’invito di Sergio Mattarella, che nel marzo 2023 li aveva esortati a «mettersi alla stanga».
Al netto di scelte contestate come il Superbonus, Gentiloni individua due effetti concreti: un’accelerazione netta della spesa pubblica per investimenti, che dal 2022 ha raggiunto e superato la media europea, e una velocizzazione altrettanto marcata dei processi decisionali nella pubblica amministrazione.
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