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Politica 3 min di lettura5 giorni fa

Irpef, il conto lo regge una minoranza: i numeri che cambiano il dibattito

Dai dati dell’Osservatorio presentato al Cnel emerge una forte concentrazione del gettito: pochi contribuenti finanziano gran parte dell’Irpef, mentre il governo rilancia il taglio dell’aliquota per il ceto medio.

Se il dibattito sulle tasse parte spesso dall’idea di un Paese uniformemente schiacciato dal prelievo, i numeri raccontano altro: una quota minoritaria dei contribuenti sostiene quasi tutto il peso dell’Irpef. Secondo l’ultimo Osservatorio di Itinerari previdenziali, illustrato al Cnel insieme a Cida, il 30% degli italiani che dichiara almeno 29mila euro concentra da solo circa il 79% dell’imposta.

Il quadro è ancora più netto nella fascia sopra i 35mila euro, dove si collocano circa 8 milioni di persone, pari al 18,78% del totale: a loro si attribuisce il 65% del gettito. All’altro estremo, 24,8 milioni di italiani non risultano avere redditi dichiarati e contribuiscono in misura nulla o quasi, mentre la spesa pubblica per il welfare continua a crescere.


Il gettito si concentra sul ceto medio-alto

La fotografia elaborata da Itinerari previdenziali descrive un sistema molto sbilanciato. I contribuenti con redditi fino a 29mila euro rappresentano il 69,78% del totale, ma versano soltanto il 21,33% dell’Irpef complessiva, pari a quasi 46 miliardi.

La distanza tra imposte pagate e costi dei servizi pubblici emerge soprattutto sul fronte sanitario. Nel 2024 la sola spesa per la sanità è stata di 138,33 miliardi, a cui si aggiungono 180,5 miliardi per l’assistenza sociale e 13,5 miliardi per il welfare degli enti locali. Per coprire queste tre voci, senza un contributo di scopo, sono serviti 325,27 miliardi di imposte dirette e almeno altri 7 miliardi di tributi indiretti.

Dentro questa sproporzione si collocano anche i dati sui redditi più bassi. Chi dichiara fino a 7.500 euro lordi è quasi 8 milioni di persone e paga in media 19 euro di Irpef l’anno. Nella fascia tra 7.500 e 15mila euro l’imposta media sale a 204 euro, mentre tra 15mila e 20mila euro arriva a 1.773 euro annui, valore che scende a 1.288 euro se rapportato alla platea complessiva dei cittadini.

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Leo rilancia il taglio dell’aliquota

Nel corso dell’incontro è intervenuto anche Maurizio Leo, viceministro dell’Economia, con un videomessaggio in cui ha ribadito la linea del governo. L’obiettivo, ha spiegato, è portare al 33% l’aliquota che oggi copre la fascia tra 28 e 50mila euro e, in prospettiva, allargare lo stesso trattamento fino a 60mila euro.

Leo ha ricordato che nella legislatura sono già stati ridotti gli scaglioni da quattro a tre e che con la legge di bilancio dello scorso anno il 35% è sceso al 33%. Ha poi aggiunto che la prossima fase dovrà riguardare la fascia 50-60mila euro, compatibilmente con le risorse disponibili e con l’intesa nella maggioranza. Nel suo intervento ha richiamato anche altre misure già introdotte per il lavoro dipendente, come la flat tax sui rinnovi contrattuali, gli interventi sui premi di produttività, sui buoni pasto, sul lavoro notturno e festivo e sul comparto turistico.


Cida e Itinerari chiedono un nuovo equilibrio

Dal fronte associativo, la lettura è stata affidata a Stefano Cuzzilla, presidente di Cida, che ha invocato un nuovo patto tra fisco e welfare. Secondo la sua impostazione, chi sostiene una parte decisiva del sistema dovrebbe vedere alleggerita la pressione fiscale, mentre l’Isee andrebbe riportato alla sua funzione originaria.

Più tecnica l’analisi di Massimo Brambilla di Itinerari previdenziali, che ha richiamato il tema della progressività «occulta». A suo avviso, aumentando il reddito si riducono fino a scomparire deduzioni, bonus e sgravi, con un effetto che può spingere in modo implicito anche verso la sottodichiarazione. In questo contesto, la revisione dell’Isee viene indicata anche come uno strumento per limitare l’elusione fiscale e rendere più coerente il rapporto tra imposizione, welfare e capacità contributiva.

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