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Politica 3 min di lettura6 giorni fa

Il bar per lesbiche, le minigonne e l’autogol della sinistra

A Greenfield un locale inclusivo è finito nel mirino dopo l’addio alle mascherine: tra accuse, scuse e contraddizioni, la vicenda è diventata un caso politico e mediatico.

Il punto più sorprendente, alla fine, non è lo scandalo nato nel bar di Greenfield, ma il modo in cui qualcuno arriva perfino a difendere chi lo sta mettendo in difficoltà. È lì che il racconto smette di essere solo una lite sui social e diventa un esempio perfetto di auto-indulgenza politica.


Quando la critica diventa una carezza

La scena finale è questa: la ragazza che vive nel furgone e cerca di tenere in piedi il locale spiega al Boston Globe che chi lo attacca avrebbe in realtà un legame forte con quel posto. In sostanza, sostiene che gli insulti arrivano da persone coinvolte, appassionate, quasi parte della comunità stessa. E aggiunge che le contestazioni, in fondo, non sarebbero un male.

Da qui la domanda che chiude tutta la vicenda: forse il problema non è scegliere tra riformismo e radicalismo, tra populismo e istituzioni, tra proporzionale e maggioritario. Forse la vera questione è un’altra, cioè se a sinistra si riesca mai a smettere di assomigliare a chi la danneggia.


Il locale che voleva essere per tutti

Il caso esplode a Greenfield, cittadina del Massachusetts con 17mila abitanti, dopo che il Last Ditch Bar annuncia che le mascherine, usate fino a quel momento da una parte della clientela, non sarebbero più state obbligatorie il sabato sera. L’annuncio, diffuso il 31 agosto su Instagram insieme ad altre comunicazioni del locale, scatena una valanga di reazioni ostili.

Gli insulti arrivano soprattutto da ambienti che si riconoscono nella galassia progressista e si concentrano sull’idea che la scelta penalizzi persone disabili o immunodepresse. Tra i messaggi raccolti ci sono accuse durissime: c’è chi parla di discriminazione, chi paragona la vicenda alle battaglie sull’Aids, chi arriva persino a evocare bombe contro il locale. Il bersaglio, insomma, diventa un bar che aveva provato a presentarsi come spazio accogliente per tutti.


Le scuse che non bastano mai

Dopo la tempesta iniziale, il locale prova a correggere il tiro e chiede scusa. Ma la mossa non chiude il caso: anzi, apre un altro fronte. Secondo i critici, le scuse non sarebbero state abbastanza accessibili per chi ha disabilità visive, un’accusa che alimenta ulteriormente la polemica.

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C’è anche un altro elemento che complica tutto: il Last Ditch Bar è nato con un’idea fortemente inclusiva, al punto da accogliere senzatetto e persone senza denaro, lasciando pagare soltanto chi poteva farlo. Il risultato, però, è stato economico disastroso: le entrate sono crollate, i debiti si sono accumulati e le tre fondatrici hanno cominciato a defilarsi.


Debiti, abbandoni e lavoro nel furgone

A quel punto resta in piedi quasi solo una delle proprietarie, 26 anni, che aveva accettato di aiutare le amiche e si ritrova invece a reggere da sola l’intera struttura. Vive in un furgone e lavora in quattro posti diversi per cercare di tenere aperto il locale. Una delle altre socie, nel frattempo, lascia per iscriversi a una scuola da clown.

Il 11 settembre, durante un incontro della comunità convocato proprio per gestire lo scandalo, la giovane racconta le sue difficoltà. La reazione, però, è ancora una volta feroce: chi partecipa da remoto la accusa di mettere al centro i suoi problemi e non quelli della comunità. Dopo l’assemblea, il clima non migliora di certo.


Dalla polemica sulle mascherine al caso politico

La storia si allarga quando interviene anche Noire, uno dei contestatori più visibili. Parlando con una giornalista del Boston Globe, spiega di identificarsi come «lesbica gender-espansiva» e di usare il pronome «lui». Più tardi, su Instagram, definisce il locale un posto che non sarebbe sicuro e che non terrebbe in alcuna considerazione la “prassi rivoluzionaria”.

Per il Boston Globe il caso diventa persino un successo editoriale: il quotidiano racconta di aver ottenuto circa mille nuovi abbonati grazie alla storia del bar. Il motivo è semplice: una vicenda nata in un piccolo centro, con toni da satira involontaria, è diventata il pretesto perfetto per ridere delle contraddizioni della sinistra contemporanea. E il parallelismo con le minigonne, tirato in ballo all’inizio, arriva proprio qui: quando un lato politico sbaglia, l’altro spesso reagisce con un errore ancora più vistoso.

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