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Politica 3 min di lettura1 ora fa

Giovani e cortei, Follini: la politica ha smesso di parlare al futuro

L’ex parlamentare riflette sul distacco delle nuove generazioni dalla politica e sul difficile equilibrio tra legalità, ascolto e conflitto sociale.

La violenza va condannata, ma non può diventare l’unica chiave per leggere ciò che accade nelle piazze. Nel suo intervento, Marco Follini sostiene che dietro le proteste dei giovani emerga soprattutto l’assenza di una politica capace di dare forma al disagio, di ascoltarlo e di trasformarlo in confronto civile.

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Legalità e ascolto devono convivere

Le tensioni registrate a Milano hanno riaperto la consueta contrapposizione tra chi invoca fermezza contro ogni violazione e chi chiede di comprendere le ragioni della rabbia giovanile. Per Follini, però, i due atteggiamenti non dovrebbero escludersi: il rispetto delle regole e l’attenzione alle voci più scomode appartengono entrambi a una politica responsabile.

L’autore invita anche gli adulti a non trasformare il giudizio sui ragazzi in una predica generazionale. Le generazioni che in passato avevano immaginato di cambiare la vita pubblica sono inevitabilmente portate a confrontare il proprio tempo con quello presente, ma dovrebbero farlo con maggiore indulgenza verso i più giovani e con meno compiacenza nei confronti di se stesse.


Una generazione distante dai partiti

Secondo Follini, si sta affacciando una generazione cresciuta soprattutto attraverso la tecnologia e non attraverso la partecipazione politica. A differenza dei giovani che tra la fine degli anni Sessanta e il decennio successivo aspiravano a trasformare il mondo, quelli di oggi sembrano concentrarsi sul tentativo di trovare il proprio spazio nella realtà esistente, senza metterne necessariamente in discussione l’impianto.

Questa distanza non riguarda soltanto la politica ereditata dai genitori. Anche l’idea che i giovani possano costruire una propria esperienza politica appare debole. Le manifestazioni possono nascere da una causa condivisa oppure degenerare in episodi di violenza, come quelli osservati a Milano, ma in entrambi i casi la politica sembra restare ai margini: più occasione momentanea che scelta di vita o passione duratura.


Il confronto con il passato

Il paragone con il Sessantotto, osserva Follini, non può essere privo di ombre. Quella stagione fu attraversata da aspirazioni eccessive, errori e derive che, negli anni successivi, contribuirono anche alla violenza terroristica. La storia delle generazioni, dunque, non può essere raccontata separando nettamente il bene dal male: ideali e fallimenti spesso si intrecciano.

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Anche il richiamo di Benedetto Croce sul compito dei giovani, chiamati semplicemente a invecchiare, suggerisce cautela verso le sentenze degli adulti. Tuttavia, chi ha creduto nella possibilità di imprimere una direzione diversa alla vita pubblica continua a sentirsi coinvolto, persino quando non occupa più un ruolo diretto nella scena politica.


La politica ridotta a una recita

Il problema attuale, nella lettura di Follini, è che la politica non appare più in grado di incidere né sulle inquietudini collettive né sui conflitti sociali. Quella trama di passioni, ideali, proteste e speranze con cui le generazioni precedenti guardavano al futuro è stata sostituita da estraneità e reazioni improvvise, spesso espresse attraverso la rabbia.

A ciò si aggiunge una classe dirigente divisa, concentrata sulla propaganda e sulle proprie convenienze, incapace di affrontare insieme almeno una parte delle difficoltà del Paese. Luigi Zanda aveva già richiamato l’attenzione su questo limite, che agli occhi dei giovani rende la politica ancora più lontana e autoreferenziale.

Per Follini, il risultato è una “recita stanca”: le parti vengono interpretate con formule ripetitive, mentre lo scontro tra schieramenti finisce per occupare lo spazio che un tempo apparteneva al confronto tra generazioni. La conclusione resta netta: senza una cornice politica capace di contenere il conflitto generazionale, le parole d’ordine più rumorose rischiano di essere proprio quelle meno ascoltate.

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