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Politica 3 min di lettura6 giorni fa

Frontiera con la Slovenia, il nodo dei numeri: arrivi su del 31%

A Trieste le organizzazioni registrano più persone incontrate, mentre Slovenia e Croazia contestano l’utilità dei controlli al confine interno

Le code davanti alle questure continuano ad aumentare e centinaia di persone restano per mesi senza una sistemazione né assistenza. Nel frattempo, però, la statistica ufficiale viene utilizzata per sostenere che il ritorno dei controlli al confine orientale abbia ridotto gli arrivi.


La stretta produce effetti limitati

L’applicazione delle nuove procedure accelerate ha già generato conseguenze controverse. Tra i casi finiti nel meccanismo ci sono anche ragazzi diventati maggiorenni, entrati in Italia anni prima quando erano ancora minorenni e presentatisi agli uffici per trasformare il proprio titolo di soggiorno.

Sul piano giudiziario, il risultato è stato una lunga serie di provvedimenti annullati dai tribunali. Il decreto di agosto ha infatti classificato Trieste, Udine e Gorizia come “zona di frontiera e transito”, consentendo di estendere ai richiedenti asilo procedure previste dalla normativa europea per chi viene bloccato mentre supera irregolarmente una frontiera esterna dell’Unione.


A Trieste il dato racconta altro

Le rilevazioni effettuate a Trieste da International Rescue Committee e Diaconia Valdese indicano un incremento del 31 per cento delle persone incontrate. Il monitoraggio non si fonda su previsioni: riguarda individui effettivamente assistiti o intercettati dalla rete sul territorio.

L’aumento è comparso nel secondo trimestre dell’anno e si è mantenuto anche nei mesi estivi. Tra le persone arrivate prevalgono cittadini afghani, compresi minori non accompagnati e adulti in fuga dal regime dei taleban; risultano inoltre più numerose le donne che viaggiano da sole e cresce la presenza di cittadini cinesi.


Perché le cifre non coincidono

Il Viminale calcola gli arrivi sommando i fermi effettuati lungo la frontiera, le informazioni di Frontex e i dati sulle richieste d’asilo raccolti dalle Prefetture di Trieste, Gorizia e Udine. Questo metodo, però, rischia di non fotografare chi entra e rimane per lungo tempo in attesa di poter formalizzare la propria posizione.

Nelle città vicine al confine le persone sono spesso costrette a presentarsi quotidianamente davanti alle questure per settimane o mesi, prima ancora di ottenere un appuntamento. Se la domanda non viene registrata subito, il passaggio non entra nelle statistiche ufficiali, facendo apparire più contenuto un fenomeno che sul territorio continua a essere visibile.

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Anche Lubiana segnala più transiti

Un’indicazione analoga è arrivata dalla Slovenia. Il ministro dell’Interno Franci Matoz ha riferito di un aumento dei transiti rilevati nel Paese, senza però osservare una crescita equivalente delle richieste di protezione internazionale: un dato compatibile con il passaggio di persone dirette altrove.

La distanza tra i numeri degli arrivi e quelli delle domande d’asilo contribuisce così a spiegare perché i conteggi nazionali possano risultare inferiori rispetto alle presenze effettivamente registrate dalle organizzazioni attive a Trieste.


Il confine divide anche gli alleati

Matteo Piantedosi ha difeso la permanenza dei controlli al valico di Fernetti richiamando proprio la presunta diminuzione degli arrivi. Durante l’ultimo incontro trilaterale, tuttavia, Slovenia e Croazia hanno espresso una posizione opposta e hanno sostenuto che “Quella frontiera lì non serve”.

I due Paesi, che non applicano più controlli analoghi lungo i rispettivi confini interni, lamentano soprattutto le difficoltà causate ai lavoratori transfrontalieri. La stessa contrarietà è stata manifestata dal sindaco di Trieste Dipiazza, protagonista un mese fa di un intervento pubblico critico verso la barriera.


Una sospensione diventata permanente

I controlli con la Slovenia sono stati ripristinati nell’ottobre 2023, poco dopo l’inizio della guerra a Gaza. La motivazione indicata allora era il presunto “aumento del rischio di infiltrazione terroristica”; da quel momento la misura è stata prorogata ogni sei mesi, nonostante le perplessità espresse a Bruxelles e dai governi confinanti.

Piantedosi continua a legare il ritorno alla situazione precedente al miglioramento delle condizioni di sicurezza: “Quando ci saranno le condizioni di sicurezza non abbiamo pregiudiziali sul ritorno alla normalità”. Intanto, la prosecuzione dei controlli offre la base politica e amministrativa per mantenere in vigore le misure applicate nelle province di confine.

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