Draghi avverte: il doppio allarme tra giovani e conti francesi
L’ex presidente della Bce collega le proteste alla perdita di fiducia e frena sull’ipotesi di un intervento a sostegno dei titoli francesi
L’ipotesi di un intervento della Bce per contenere le tensioni sui titoli francesi, secondo Mario Draghi, non avrebbe oggi basi sufficienti. L’ex presidente dell’istituto di Francoforte osserva infatti che i prestiti bancari stanno aumentando e che non emergono anomalie nel passaggio delle decisioni monetarie a famiglie e imprese.
Draghi ha spiegato che gli strumenti della banca centrale possono essere attivati soltanto davanti a condizioni precise. Tra queste rientrano un contagio finanziario capace di coinvolgere l’intera area euro e una rottura del normale funzionamento del credito. «Non riscontriamo nulla di tutto ciò; anzi, gli ultimi dati sui flussi di credito indicano che l’erogazione di prestiti bancari è aumentata», ha affermato nell’intervista a Bloomberg.
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La Francia resta sotto pressione
Il quadro dei conti pubblici francesi continua tuttavia a rappresentare un elemento di attenzione. Parigi registra da anni un disavanzo di bilancio, mentre il rapporto tra debito e Pil è salito per oltre un decennio, forse fino a quindici anni. Il rialzo veloce dei tassi d’interesse rende più complessa la gestione di questa situazione.
Per Draghi, lo spread non è soltanto un indicatore tecnico: riflette anche il modo in cui gli investitori valutano il rischio fiscale e politico di un Paese. Per questo, a suo giudizio, la soglia per un’azione della Bce rimane elevata. Un eventuale intervento richiederebbe infatti segnali più gravi, compreso un deterioramento capace di propagarsi oltre i confini francesi.
A pesare sulla valutazione dell’ex presidente dell’istituto centrale c’è anche l’inflazione, indicata tra i fattori che rendono più delicata qualsiasi iniziativa. Gli ultimi dati, ha ricordato Draghi, mostrano un’ulteriore crescita dei prezzi, circostanza che limita lo spazio per una risposta straordinaria della banca centrale.
Giovani senza prospettive
Sul piano sociale, l’analisi di Draghi parte dalle manifestazioni che hanno coinvolto le nuove generazioni in tre Paesi europei. L’ex presidente del Consiglio ha avvertito che non esiste una spiegazione unica per proteste sviluppatesi in contesti differenti, perché ciascun caso presenta motivazioni proprie.
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Un punto comune, ha osservato, è rappresentato dalle elezioni di grande rilievo previste l’anno prossimo. Si tratta però soltanto dello sfondo politico, non della causa principale del malessere. «La spiegazione più solida risiede nel blocco delle aspettative: i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti», ha detto Draghi.
La frustrazione nasce anche dalla difficoltà di entrare nel mercato del lavoro e dalla percezione di vivere in una società poco mobile. A questo si aggiunge una trasformazione tecnologica molto rapida, che può lasciare impreparati quanti si affacciano all’età adulta e devono costruire il proprio percorso.
La rabbia oltre il voto
Nella lettura dell’ex premier, il disagio non coincide quindi soltanto con la sfiducia nei confronti della politica. Opportunità economiche limitate, scarsa mobilità sociale e timore di non riuscire a orientarsi nel cambiamento alimentano la sensazione di non avere voce.
Le proteste, in questa prospettiva, esprimono una richiesta di ascolto e di possibilità concrete. Ridurle a un problema di ordine pubblico o al semplice riflesso della prossima competizione elettorale, secondo il ragionamento di Draghi, rischierebbe di ignorare il blocco delle aspettative che sta alla base della rabbia giovanile.
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