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Politica 3 min di lettura30 min fa

Draghi avverte la Bce: perché gli spread francesi non bastano per agire

L’ex presidente della Banca centrale europea collega le rivolte giovanili al blocco delle aspettative e analizza i rischi per i conti pubblici francesi.

L’ipotesi di un intervento della Banca centrale europea per frenare la tensione sui titoli francesi, secondo Mario Draghi, resta per ora lontana. A suo giudizio, i dati più recenti non mostrano una rottura nel funzionamento del credito: «Non riscontriamo nulla di tutto ciò; anzi, gli ultimi dati sui flussi di credito indicano che l’erogazione di prestiti bancari è aumentata».

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Il credito non segnala una crisi sistemica

L’ex presidente della Bce ritiene che un’azione straordinaria potrebbe essere presa in considerazione soltanto davanti a condizioni precise. Servirebbero un contagio capace di estendersi all’intera area euro oppure un guasto nel modo in cui le decisioni della politica monetaria arrivano a famiglie e imprese.

Il secondo aspetto riguarda quindi i mercati del credito e la possibilità che il costo o la disponibilità dei finanziamenti vengano alterati in modo anomalo. Draghi non vede, al momento, segnali compatibili con questo scenario e considera elevata la soglia necessaria per attivare gli strumenti della banca centrale. Tra gli elementi da seguire c’è anche l’inflazione, tornata a crescere secondo le rilevazioni più recenti.


Parigi resta sotto pressione

Nel colloquio con Bloomberg, Draghi ha esaminato anche la situazione dei conti francesi. La Francia convive da anni con un disavanzo pubblico e con un rapporto tra debito e prodotto interno lordo in aumento da oltre dieci anni, forse da quindici. Il rapido rialzo dei tassi d’interesse rende più complessa la gestione di questo squilibrio.

Gli spread, cioè la distanza tra i rendimenti dei titoli francesi e quelli degli altri Paesi dell’area euro, non rappresentano soltanto una tensione di mercato. Per Draghi riflettono anche il modo in cui gli investitori stanno rivalutando il rischio legato alla politica e alle finanze pubbliche. Per questo, un eventuale allargamento dei differenziali non sarebbe automaticamente sufficiente a giustificare una risposta della Bce.

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La rabbia dei giovani senza prospettive

L’ex presidente del Consiglio ha collegato le recenti mobilitazioni giovanili a un disagio più profondo, presente in contesti nazionali diversi. Le proteste scoppiate in tre Paesi non possono essere ricondotte a una causa unica, perché ciascuna nasce da condizioni specifiche.

Secondo Draghi, però, esiste un tratto comune: in tutti e tre i Paesi sono previste elezioni di grande rilievo l’anno prossimo. Si tratta, a suo avviso, soltanto dello sfondo politico di una frustrazione più ampia: «I giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti».


Aspettative ferme e cambiamento rapido

La chiave del malessere sarebbe il rallentamento, o persino il blocco, delle aspettative personali. Molti giovani incontrano ostacoli nell’ingresso nel mercato del lavoro e avvertono di non possedere gli strumenti necessari per affrontare una trasformazione tecnologica molto veloce.

La difficoltà non riguarda dunque soltanto il rapporto con i partiti o con le istituzioni. Entrano in gioco anche la possibilità di migliorare la propria condizione, l’accesso a opportunità economiche concrete e la percezione di vivere in una società immobile mentre il mondo cambia rapidamente. In questo quadro, le manifestazioni diventano l’espressione di una voce che fatica a trovare ascolto, oltre che una questione legata all’ordine pubblico o alla prossima scadenza elettorale.

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