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Politica 3 min di lettura28 set

Ddl antisemitismo, lo scontro resta aperto: l’appello di Segre ai partiti

La senatrice a vita chiede un’intesa parlamentare e propone, se indispensabile, una precisazione sul diritto di criticare Israele.

Il confronto sul disegno di legge contro l’antisemitismo resta diviso tra la richiesta di un voto condiviso e le forti obiezioni di una parte del mondo intellettuale ebraico. Anna Foa teme che il provvedimento, nella sua formulazione attuale, possa produrre l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato, mentre Piero Fassino invita i gruppi parlamentari ad ascoltare Liliana Segre.


Foa teme l’effetto boomerang

La storica dell’ebraismo Anna Foa, tra i firmatari dell’appello contrario al ddl, sostiene che il testo finirà per essere approvato e indica nella Corte costituzionale il possibile terreno di scontro successivo. In un’intervista ha spiegato che bisognerà verificare soprattutto le conseguenze concrete dell’applicazione della norma, anche nell’attività dei giornali.

Secondo Foa, il problema riguarda la definizione di antisemitismo adottata dal provvedimento e gli esempi collegati. A suo giudizio, il riferimento alla Shoah potrebbe ostacolare il confronto storico sulle vicende mediorientali, mentre la situazione attuale — segnata, nelle sue parole, dal genocidio, dal rischio di apartheid per i palestinesi e dall’esclusione di partiti arabi dalla competizione elettorale in Israele — renderebbe inadeguato un impianto concepito anni fa.

La storica contesta inoltre l’idea che le critiche a Israele siano davvero protette. Anche dopo la cancellazione delle conseguenze penali, osserva, resterebbe una forma di stigmatizzazione. La sua previsione è netta: se l’opinione pubblica percepirà Israele come sottratto a ogni contestazione, potrebbero aumentare i sentimenti antisemiti.


Fassino sostiene la linea unitaria

Sul fronte politico, Piero Fassino ha chiesto ai gruppi parlamentari di raccogliere l’invito di Segre e di sostenere il disegno di legge senza trasformarlo in una bandiera di schieramento. Per il deputato del Pd, contrastare l’antisemitismo significa difendere sia la comunità ebraica sia la solidità democratica del Paese.

Fassino considera quindi l’eventuale sostegno comune un atto di responsabilità istituzionale. La sua posizione si inserisce nel tentativo di evitare che il provvedimento diventi un ulteriore motivo di contrapposizione politica.


Segre chiede un’intesa senza ambiguità

Liliana Segre ha rivolto ai partiti un nuovo appello perché accantonino le convenienze di parte e mettano al centro l’interesse nazionale. La senatrice a vita ha definito «incredibile» il livello delle divisioni su un tema che, a suo giudizio, dovrebbe unire un Paese civile oltre le appartenenze.

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Segre ha richiamato il precedente del Giorno della Memoria, ricordando l’impegno di Furio Colombo per arrivare nel 2000 a un’approvazione unanime. Quel risultato, ha osservato, assumeva un valore particolare per l’Italia, considerando le leggi razziali varate nel 1938 dalla Camera fascista e la collaborazione della RSI alla Shoah.

La senatrice ritiene che le principali forze politiche condividano almeno tre punti: l’esistenza di una nuova crescita dell’antisemitismo, la necessità di contrastarla anche per proteggere la democrazia e l’esigenza di non comprimere il diritto di criticare il governo israeliano. Ha ricordato di avere lei stessa contestato duramente le scelte degli attuali governanti di Israele, fino a parlare di «repulsione».

A suo parere, il testo arrivato alla Camera non presenta un ostacolo sostanziale su questo fronte. Dal provvedimento, dopo il lavoro svolto al Senato, sarebbero stati rimossi sia gli aspetti penali sia i divieti presenti nelle versioni iniziali. Inoltre, il documento IHRA richiamato dal ddl distingue l’antisemitismo dalle critiche rivolte a Israele secondo criteri analoghi a quelli applicati a qualsiasi altro Stato.

Proprio per rendere ancora più esplicito questo principio e favorire un accordo trasversale, Segre si è detta disponibile a una modifica del testo, da lei considerata non essenziale. «Sarebbe il caso di aprirsi» a questa soluzione, ha affermato, se servisse a preservare l’unità del voto.

La senatrice avverte infine che una frattura su una materia tanto delicata danneggerebbe la reputazione dell’Italia e potrebbe contribuire alla diffusione di intolleranza e odio. L’obiettivo indicato resta dunque un’approvazione condivisa, anche attraverso un chiarimento mirato sul confine tra antisemitismo e critica politica a Israele.

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