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Politica 3 min di lettura2 giorni fa

400mila dollari per l’atomica: il conto dei ragazzi di Fermi

Un brevetto italiano sul rallentamento dei neutroni finì al centro di una lunga disputa con gli Stati Uniti, chiusa con un risarcimento agli scienziati.

Un esperimento condotto con un grammo di radio e un cilindro d’argento, persino dentro l’acqua di una fontana con i pesci rossi, contribuì a chiarire un principio decisivo per la fisica nucleare. Anni dopo, quella scoperta portò i ricercatori italiani al centro di una causa contro il governo degli Stati Uniti, conclusa con un pagamento di 400.000 dollari dell’epoca.


Il brevetto nato a Roma

La vicenda ruota attorno al brevetto numero 324458, depositato a Roma il 26 ottobre 1935 presso lo Studio Laboccetta. Il documento riguardava un metodo per rallentare i neutroni, fenomeno essenziale sia per ottenere una reazione nucleare controllata sia per innescare quella incontrollata degli ordigni atomici.

A firmarlo furono Enrico Fermi, Edoardo Amaldi, Bruno Pontecorvo, Franco Rasetti ed Emilio Segrè, tra i principali componenti del gruppo passato alla storia come i “ragazzi di via Panisperna”. In quel periodo l’Istituto di Fisica dell’Università si trovava nell’edificio di via Panisperna 89, dove Fermi aveva ottenuto la cattedra di fisica teorica a soli 27 anni. Il brevetto venne poi registrato anche in altri Paesi.

L’intuizione arrivò dagli esperimenti realizzati con il radio messo a disposizione dal professor Giulio Cesare Trabacchi. Il gruppo osservò che l’idrogeno presente nell’acqua riduceva in modo significativo la velocità dei neutroni. La verifica avvenne in modo quasi sorprendente: il materiale radioattivo e il cilindro d’argento furono immersi nella fontanella del cortile dell’istituto, suscitando la protesta del custode: “Ma mi spaventate i pesci…”.


Dalla ricerca alla causa americana

Il lavoro italiano divenne poi rilevante nel programma nucleare statunitense. Fermi, trasferitosi negli Stati Uniti con la moglie ebrea anche a causa delle leggi razziali del fascismo, partecipò alla costruzione del primo reattore capace di sostenere una reazione a catena controllata. Quel risultato rientrava nel progetto Manhattan, il programma con cui Washington realizzò le prime bombe atomiche.

Anche Segrè lavorò a Los Alamos, nel luogo in cui venne testato il primo ordigno atomico, mentre Pontecorvo diede il proprio contributo tra Canada e Regno Unito. Nel frattempo Gabriello Giannini, italiano emigrato negli Usa ed ex allievo di Fermi, aveva cercato aziende interessate a sfruttare commercialmente il brevetto. La Philips anticipò le spese, ma l’iniziativa non produsse risultati industriali significativi al di là dell’impiego legato al primo reattore.

Dopo la guerra, il Congresso americano approvò una norma che consentiva ai titolari di invenzioni utilizzate dallo Stato durante il conflitto di chiedere un indennizzo. Giannini presentò così una richiesta da 10 milioni di dollari, sostenendo che il brevetto fosse stato utilizzato senza un adeguato riconoscimento economico.

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Il governo degli Stati Uniti provò anche a contestare il coinvolgimento di Fermi, che faceva parte del Comitato Consultivo della Commissione Atomica statunitense. L’obiezione riguardava un possibile conflitto d’interessi, ma non venne accolta: il procedimento si concluse nel 1953 con un risarcimento complessivo di 400.000 dollari.


Quanto finì nelle loro tasche

La somma doveva essere distribuita tra gli inventori e tra Oscar D’Agostino, il chimico del gruppo, oltre che a Trabacchi per il radio impiegato nelle prove. Nel frattempo, però, il numero dei beneficiari era cambiato: Pontecorvo aveva lasciato segretamente l’Occidente nel 1950 per trasferirsi in Unione Sovietica.

Tra i protagonisti assenti figurava anche Ettore Majorana, scomparso nel 1938 in circostanze mai chiarite e rimasto fuori dall’elenco dei titolari del brevetto. Considerato da molti il più brillante del gruppo, non mostrava interesse per il denaro né per il riconoscimento pubblico.

Una volta sottratti i costi sostenuti, compresi quelli legali, la quota individuale fu molto più contenuta rispetto alla cifra inizialmente richiesta. “Detratte le spese, comprese quelle degli avvocati, ognuno di noi ricevette 24.000 dollari”, ricordò Segrè. Rapportata al valore attuale, quella somma corrisponderebbe a qualche centinaio di migliaia di euro.

La scoperta, intanto, era diventata parte della storia dell’energia nucleare e degli armamenti: la bomba A sfrutta la fissione dell’uranio 235, la bomba H utilizza la fusione dell’idrogeno e una bomba atomica come detonatore, mentre la bomba N concentra l’effetto letale dei neutroni. L’inventore delle ultime due, il fisico statunitense Edward Teller, non ricevette compensi analoghi: gli ordigni non furono impiegati in guerra e non ci fu una causa paragonabile a quella promossa dagli scienziati italiani.

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