Fleet manager sotto pressione: cosa misura il nuovo indice Arval
Una ricerca su 200 professionisti mostra come la mobilità aziendale richieda oggi equilibrio tra costi, sostenibilità, tecnologia e persone.
«La mobilità aziendale è oggi un laboratorio di cambiamento organizzativo, dove si sperimentano nuove competenze come negoziazione, integrazione tra funzioni, nuovi modelli decisionali con più collaborazione e molteplici priorità da soddisfare», osserva Massimiliano Abriola, responsabile di Arval Mobility Observatory in Italia. Secondo Abriola, il Corporate Mobility Forward Index punta a fotografare quanto le imprese siano pronte a trasformare la complessità in opportunità e a valorizzare il ruolo di chi guida questi processi.
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L’organizzazione pesa quanto le competenze
Il Corporate Mobility Forward Index, elaborato da Arval Mobility Observatory, misura il grado di complessità organizzativa con cui operano i responsabili della flotta e della mobilità. Il valore medio rilevato dall’indagine è pari a 57 su 100: un livello significativo, ma ancora distante da una situazione definita critica.
Dall’analisi emergono tre configurazioni aziendali. Le organizzazioni coordinate raggiungono 49 punti e contano su una governance più efficace e su una maggiore collaborazione interna; quelle frammentate arrivano a 61, soprattutto per il disallineamento tra risorse umane, finanza e vertice aziendale. Le realtà ad alta intensità operativa segnano invece 60 punti e devono fare i conti soprattutto con carichi di lavoro elevati e decisioni da assumere rapidamente.
L’indice nasce per rendere visibile il peso del contesto sulle scelte quotidiane. Strumenti adeguati, autonomia, raccordo tra reparti e sostegno della struttura possono infatti aiutare i professionisti a convertire la complessità in una maggiore capacità di decidere.
Il ruolo cambia più in fretta dell’azienda
La trasformazione coinvolge persone che non si occupano più soltanto di automobili e procedure amministrative. La ricerca “Beyond Fleet – The hidden work of mobility”, realizzata da Arval Mobility Observatory insieme al centro studi Econometrica, ha coinvolto 200 professionisti di imprese appartenenti a dimensioni e comparti diversi, concentrandosi per la prima volta sulla figura che governa la mobilità.
Oggi l’84% degli intervistati si considera ancora un gestore operativo della flotta. Allo stesso tempo, a queste figure vengono affidati compiti con una portata più ampia, dalla sostenibilità alla digitalizzazione, fino alla conformità normativa e al benessere dei dipendenti, spesso senza un’autonomia decisionale proporzionata.
La prospettiva sui prossimi tre anni è diversa: soltanto il 51% pensa di restare ancorato all’attuale definizione professionale. Aumentano invece coloro che aspirano a diventare progettisti di soluzioni di mobilità, passati dallo 0,5% al 13,5%, o facilitatori strategici, cresciuti dallo 0,5% al 3%.
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Quattro pressioni da conciliare
Il problema non è riconducibile soltanto alle nuove tecnologie o alle regole che accompagnano la transizione energetica. La pressione deriva soprattutto dalla necessità di governare contemporaneamente obiettivi differenti, ciascuno considerato prioritario dall’impresa.
La riduzione del costo totale di possesso è il tema più sentito, con 73 punti su una scala da 0 a 100. Seguono gli obiettivi ambientali, sociali e di buona gestione, insieme alla raccolta e all’analisi dei dati, entrambi a quota 67; la soddisfazione dei conducenti si ferma invece a 66.
Questi incarichi obbligano a mediare tra esigenze che possono entrare in contrasto. Per il 42% dei partecipanti il confronto più difficile è quello tra contenimento dei costi e sostenibilità; il 22% indica il rapporto tra efficienza e soddisfazione dei conducenti, mentre il 14% segnala la tensione tra uniformità delle scelte e flessibilità. Il 13% considera infine più delicato il rapporto tra innovazione e rischio operativo.
Dalla flotta alla mobilità integrata
Il responsabile della mobilità si trova quindi al centro di interessi diversi e deve collegare funzioni aziendali che in passato agivano più separatamente. La sua attività comprende ancora la gestione della flotta, ma si estende alla pianificazione, alla sostenibilità economica, ai dati e all’esperienza delle persone.
La ricerca mostra così un divario tra le responsabilità effettive e la percezione del ruolo. Mentre le imprese chiedono contributi sempre più strategici, molti professionisti continuano a descriversi attraverso una funzione prevalentemente tecnica e amministrativa.
La mobilità aziendale diventa di conseguenza un banco di prova per l’organizzazione interna. Il risultato dipende non solo dalle competenze individuali, ma anche dalla possibilità concreta di incidere sulle decisioni e di coordinarsi con gli altri centri di responsabilità.
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