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Motori 3 min di lettura2 ore fa

Auto elettriche, Italia in coda: il piano per evitare la serie B

Con il 7,6% di immatricolazioni a batteria, il nostro Paese resta terzultimo in Europa e chiede incentivi fiscali per le flotte aziendali

Il ritardo italiano sull’auto elettrica non riguarda soltanto gli obiettivi ambientali: secondo Unrae, sta diventando anche un problema industriale. Una diffusione più lenta rispetto agli altri grandi mercati europei può infatti indebolire la filiera nazionale e ridurre la capacità delle imprese di competere con i concorrenti esteri.

Il rischio è la formazione di un mercato diviso tra modelli elettrici nuovi e più accessibili nei Paesi avanzati e vetture termiche, spesso usate e datate, nelle aree rimaste indietro. In Italia il fenomeno si intreccia con la situazione del Mezzogiorno, dove circola ancora un numero elevato di veicoli vecchi e inquinanti, con conseguenze anche sulla sicurezza stradale.

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Il ritardo pesa su industria e territori

La mobilità a emissioni zero è uno degli assi portanti delle strategie climatiche dell’Unione Europea. Se la transizione procede a velocità molto diverse tra gli Stati membri, aumentano le disparità economiche e si rischia di compromettere la coesione del mercato comune.

Andrea Cardinali, direttore generale di Unrae, ha descritto la distanza accumulata dall’Italia come «una sorta di burrone» durante il dibattito sulle politiche per il settore. Per il rappresentante dell’associazione, il Paese deve poter contare su condizioni concrete per recuperare posizioni e contribuire alla trasformazione della mobilità.


I numeri che inchiodano l’Italia

A settembre 2026 le auto elettriche a batteria hanno rappresentato il 7,6% delle immatricolazioni italiane. Il dato colloca l’Italia al penultimo posto? No: tra i 31 Paesi europei considerati è terzultima, con una quota inferiore a un quarto della media continentale.

Considerando anche le ibride ricaricabili, la situazione non cambia in modo sostanziale. Le vetture ricaricabili nel complesso raggiungono il 18,8% del mercato italiano, la percentuale più bassa tra i principali Paesi, mentre Francia, Germania e Regno Unito superano tutti il 45%.


La leva fiscale passa dalle flotte

Per Unrae, una delle misure più rapide sarebbe intervenire sulla fiscalità delle auto aziendali a zero e basse emissioni. La proposta elaborata dalla filiera punta a favorire l’immatricolazione di 400.000 veicoli nel periodo 2027-2029, con un costo stimato per lo Stato di 515 milioni di euro.

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Il rinnovo delle flotte avrebbe anche l’effetto di aumentare, negli anni successivi, la disponibilità di automobili elettriche usate a prezzi più raggiungibili. Cardinali sostiene che, con il gasolio ancora caro, diminuire il ricorso ai combustibili fossili importati sia una priorità per famiglie e imprese.


Bruxelles apre uno spazio di manovra

Un possibile sostegno finanziario è legato al Documento Programmatico di Bilancio approvato il 13 ottobre. Il provvedimento attiva una clausola di salvaguardia da 29 miliardi di euro nel biennio 2027-2028; metà di queste risorse dovrebbe essere destinata a investimenti sulla sicurezza energetica, compresa l’elettrificazione dei trasporti secondo le indicazioni della Commissione Europea.

A novembre spetterà all’Ecofin, il Consiglio Economia e Finanza dell’Unione Europea, assumere una decisione. L’associazione dei costruttori esteri chiede che la flessibilità disponibile venga interpretata in senso ampio, così da includere con maggiore efficacia gli interventi a sostegno della transizione nei trasporti.


La scelta attesa dalla legge di Bilancio

La partita decisiva si sposterà quindi sul piano nazionale, con la legge di Bilancio 2027 del Governo Meloni. Secondo Unrae, i margini concessi da Bruxelles possono consentire all’Italia di finanziare una correzione di rotta senza rinunciare agli obiettivi di equilibrio dei conti pubblici.

La defiscalizzazione delle vetture aziendali meno inquinanti viene indicata da Cardinali come lo strumento «più rapido, efficace ed efficiente» per rinnovare il parco circolante. L’obiettivo è ridurre la dipendenza energetica, sostenere il mercato elettrico e impedire che l’Italia resti confinata nella fascia più arretrata della transizione europea.

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