Auto elettrica, Parigi e Berlino cambiano rotta: cosa rischia il 2035
Francia e Germania chiedono di ridurre l’obiettivo sulle emissioni e rivedere incentivi, flotte aziendali e criteri per la produzione europea.
Il traguardo europeo del 2035 per le automobili rischia di essere ridimensionato proprio dai due Paesi che più hanno sostenuto la svolta verso l’elettrico. Francia e Germania stanno infatti promuovendo un nuovo assetto, mentre gli altri 25 Stati membri non hanno ancora assunto una posizione autonoma altrettanto visibile.
La proposta non cancella formalmente la transizione, ma modifica il punto di arrivo: la riduzione delle emissioni allo scarico potrebbe fermarsi all’80%, invece del 100% previsto dalle regole attuali. Il dossier comprende anche incentivi per i veicoli prodotti nell’Unione, maggiore libertà per le flotte aziendali e una definizione più rigida di produzione europea.
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Il traguardo del 2035 viene ridotto
L’intesa politica tra Parigi e Berlino rappresenta un netto ripensamento rispetto alla linea sostenuta dal 2019 con il Green Deal. L’obiettivo non sarebbe più arrivare all’azzeramento totale delle emissioni allo scarico entro nove anni, ma fissare una soglia dell’80%.
Le due capitali chiedono inoltre di rivedere il sistema dei supercrediti, cioè i meccanismi che consentono alle Case automobilistiche di conteggiare in modo più favorevole alcuni veicoli a basse emissioni. La proposta della Commissione europea, ferma da due anni all’esame del Parlamento europeo, riguarda vetture lunghe al massimo 4,2 metri e potrebbe essere modificata prima dell’approvazione definitiva.
Incentivi più ampi per le auto europee
Nella versione sostenuta da Francia e Germania, i supercrediti non dipenderebbero più dalle dimensioni del veicolo. Il moltiplicatore sarebbe fissato a 1,2 per le auto elettriche prodotte nell’Unione, mentre per i modelli più piccoli potrebbe salire a 1,4.
Un ulteriore incremento, fino a 1,3, sarebbe collegato all’impiego di acciaio e alluminio a basse emissioni di carbonio realizzati in Europa. Per le vetture compatte, il beneficio potrebbe arrivare a 1,5 in rapporto alla quantità di questi materiali utilizzati. L’entrata in vigore è ipotizzata con il Pacchetto Automotive, forse nel 2027, e gli incentivi resterebbero disponibili anche dopo il 2035.
Flotte aziendali, vincoli meno rigidi
L’asse franco-tedesco vuole intervenire anche sulle regole per le flotte aziendali. Secondo Parigi e Berlino, obblighi troppo severi rischierebbero di riproporre indirettamente lo stesso risultato del divieto totale delle emissioni entro il 2035, aumentando i costi per le imprese e rendendo più difficile il rinnovo dei parchi auto.
La soluzione indicata è sostituire gli obblighi uniformi a livello europeo con obiettivi nazionali indicativi. Ogni Paese potrebbe così modulare il percorso in base alle proprie condizioni economiche, favorendo gradualmente l’uso di veicoli a emissioni zero o ridotte.
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Produzione europea, criteri più selettivi
La proposta restringe anche il perimetro dei veicoli considerati realizzati in Europa. I vantaggi sarebbero riservati, in linea di principio, alle automobili legate ai 27 Stati membri, lasciando fuori partner commerciali come Giappone e Turchia.
Una possibile eccezione riguarderebbe i Paesi già inseriti nel mercato unico al 1° gennaio 2020. La formulazione potrebbe consentire l’inclusione del Regno Unito, senza però nominarlo direttamente, a condizione che Londra garantisca piena reciprocità.
Tra i requisiti figurerebbero l’adozione delle preferenze europee, misure contro l’elusione, regole equivalenti sugli investimenti provenienti da Paesi terzi e norme comuni di difesa commerciale.
Un iter unico contro la burocrazia
Francia e Germania chiedono infine di spostare le disposizioni sulla produzione europea dall’Industrial Accelerator Act al Pacchetto Automotive. L’obiettivo è riunire nello stesso provvedimento norme oggi distribuite su percorsi diversi.
Secondo la proposta, discussione, approvazione e applicazione delle misure dovrebbero procedere insieme e in tempi più rapidi. Per ora, tuttavia, si tratta di una linea sostenuta da Parigi e Berlino: gli altri 25 governi dell’Unione non hanno ancora trasformato il loro ruolo da spettatori in una posizione negoziale definita.
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