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Lifestyle 4 min di lettura14 ott

Yoko Ono, il coraggio di esporsi: la lezione che Bianchi ha fatto sua

Per Matteo B.

Per Matteo B. Bianchi raccontarsi non è mai stato un gesto innocuo. Nel suo libro autobiografico La vita di chi resta ha affrontato il suicidio del compagno, scegliendo di parlare pubblicamente di un tema ancora segnato da silenzi e imbarazzo. Una decisione rischiosa, ma che oggi collega alla lezione ricevuta da Yoko Ono: dire ciò in cui si crede anche quando non si può prevedere la reazione degli altri.

Il rapporto con l’artista giapponese, però, è nato da una reazione opposta all’ammirazione. Da adolescente, negli anni Ottanta, Bianchi ascoltava il 45 giri di John Lennon (Just Like) Starting Over. Un giorno mise sul piatto anche Kiss Kiss Kiss, il brano di Yoko Ono contenuto sul lato B, condividendo l’ascolto con la sorella: la canzone gli sembrò moderna e accattivante, fino alla parte finale, fatta di sospiri, parole sussurrate e urla. I due ragazzi scoprirono con sorpresa che stavano ascoltando la simulazione di un orgasmo e reagirono ridendo, interrompendo il disco.

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Una passione nata dal rifiuto

Quell’episodio, inizialmente dominato dal fastidio, è diventato il punto di partenza di un interesse sempre più profondo. Bianchi ha incontrato nuovamente Yoko Ono nel corso della vita, fino a dedicarle Cara Yoko. Dichiarazione d’amore per una donna circondata d’odio, pubblicato da Utet nel 2018 e ora riproposto in un’edizione ampliata.

L’autore considera Ono una figura esposta all’ostilità pubblica prima ancora che esistesse la parola “hater”. Il libro è una biografia costruita dal punto di vista di un ammiratore, nata dalla sorpresa suscitata ogni volta che Bianchi dichiara di apprezzarla: molti conoscono il suo nome, ma pochi hanno ascoltato i suoi dischi o approfondito il suo lavoro. «Yoko Ono era così avanti da aver avuto a che fare con gli haters prima ancora che il concetto di hater fosse concepito», sintetizza Bianchi.


Prima di Lennon c’era un’artista

Secondo lo scrittore, ridurre Ono alla moglie o alla compagna di John Lennon significa ignorare la parte più significativa della sua vicenda. Nata in una famiglia molto ricca, con la guerra conobbe la fame e la povertà; trasferitasi a New York, studiò al Sarah Lawrence College e lì entrò in contatto con l’avanguardia artistica. La scelta di dedicarsi all’arte portò anche alla rottura con la famiglia, che la diseredò.

La sua produzione performativa, osserva Bianchi, era difficile da comprendere già negli anni Sessanta. Non si trattava di oggetti da acquistare, come un dipinto o una scultura, ma di azioni da vedere nel momento in cui accadevano. Quando l’incontro con Lennon la mise sotto i riflettori internazionali, Ono avrebbe potuto rendere il proprio linguaggio più accessibile; preferì invece restare fedele alla direzione intrapresa.


Lennon la chiamava maestra

La distanza tra il suo lavoro e le aspettative del pubblico alimentò per anni incomprensioni e giudizi negativi. I suoi dischi venivano ignorati o stroncati dalla critica, mentre anche le iniziative condivise con Lennon venivano spesso raccontate mettendo lui al centro.

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Bianchi ricorda il caso della copertina di Double Fantasy. Rolling Stone avrebbe voluto pubblicare un’immagine del solo Lennon, nonostante l’album fosse frutto del lavoro di entrambi. Annie Leibovitz trovò una soluzione impossibile da ignorare: fotografò i due abbracciati su un tappeto, con Lennon nudo e Ono vestita. Alla vista della polaroid, Lennon disse: «Questa è la nostra relazione». L’immagine fu realizzata l’8 dicembre 1980, lo stesso giorno in cui il musicista venne ucciso. Per Bianchi, il pubblico faticava ad accettare che l’idolo potesse considerare Ono la propria maestra: «Lei è la mia maestra» era infatti una delle formule con cui Lennon descriveva il loro rapporto.


Dall’amore alla lotta politica

Nella lettura di Bianchi, l’influenza di Ono sulla coppia fu particolarmente forte sul piano politico. Sarebbe stata lei a spingere Lennon a comprendere il peso della propria fama e la possibilità di usarla per diffondere messaggi pubblici, coinvolgendolo in battaglie legate al femminismo e ai diritti delle persone nere.

Il documentario One to One mostra i due come protagonisti alla pari nelle manifestazioni e nelle iniziative politiche. Il loro impegno attirò anche l’attenzione delle autorità statunitensi: esistevano documenti dell’FBI su di loro e Lennon rimase per anni senza ottenere la carta verde. Non si trattava, secondo Bianchi, di adesioni simboliche, ma di una partecipazione diretta accanto a esponenti rivoluzionari.

La stessa esposizione riguardava la loro musica e la vita privata. Nei dischi comparvero il battito cardiaco del figlio che Ono avrebbe perso e una fotografia scattata in ospedale dopo un aborto spontaneo, con Lennon accanto a lei. Successi e tragedie venivano trasformati in materiale artistico e consegnati al pubblico, una scelta considerata radicale per l’epoca.


Il rischio di raccontarsi

È proprio su questo terreno che Bianchi riconosce una vicinanza con Ono, pur senza paragonarsi a lei. Scrivere La vita di chi resta ha significato affrontare un lutto e un argomento ancora difficile da nominare, sapendo che il racconto avrebbe potuto non essere compreso o accolto.

Per l’autore, tuttavia, chi sceglie l’arte ha anche il compito di portare alla luce ciò che sente necessario comunicare. Non può controllare la ricezione del pubblico, ma può assumersi la responsabilità della propria voce. La lezione che attribuisce a Yoko Ono è quindi una forma di coerenza personale: esporsi, anche quando comporta un prezzo, perché si ritiene indispensabile dire ciò che si ha da dire.

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