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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

Vespa interrompe Brizzola, torna il tema delle donne zittite

La coordinatrice Udu, ospite a Porta a Porta, è stata invitata a studiare dopo aver citato l’abbandono scolastico.

Bruno Vespa ha interrotto Sabrina Brizzola durante Porta a Porta e le ha detto di studiare e documentarsi dopo un riferimento all’abbandono scolastico.

Michela Murgia aveva scritto che «di tutte le cose che possiamo fare nel mondo come donne, parlare e farlo in modo problematico è ancora considerata la più sovversiva». L’episodio televisivo riporta al centro proprio il rapporto tra autorità, linguaggio e diritto delle donne a intervenire nello spazio pubblico.

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Il diritto di prendere parola

Per Murgia le parole non servivano soltanto a descrivere la realtà. Erano anche strumenti per immaginare relazioni diverse e dare forma a una società nuova. La ricerca di espressioni capaci di raccontare esperienze ancora prive di un nome l’aveva portata persino a studiare il coreano.

Questa idea attraversa anche il modo in cui molte donne vivono la scuola, il lavoro e la vita sociale. Da bambine e ragazze possono apparire sicure, partecipi e pronte a intervenire; con il passare degli anni, però, condizionamenti e stereotipi finiscono spesso per limitarne la libertà espressiva.

La paura di essere giudicate aggressive, incompetenti o fuori posto può alimentare insicurezza e senso di inadeguatezza. Così alcune rinunciano a esprimere un’opinione, non per mancanza di idee, ma per evitare di diventare il bersaglio di critiche o umiliazioni.


Il caso di Porta a Porta

Brizzola, 24 anni e coordinatrice nazionale dell’Unione degli universitari, era alla sua prima presenza in uno studio televisivo. Invitata per parlare delle difficoltà degli studenti italiani, ha sostenuto che il tasso di abbandono scolastico fosse elevato.

Vespa, 82 anni e 66 di carriera, l’ha fermata sostenendo che i dati citati fossero falsi. La frase «studiare e documentarsi» è arrivata senza che alla giovane ospite venisse lasciato spazio per replicare; il filmato dello scambio ha poi circolato ampiamente.

Al di là della verifica dei numeri e del merito della discussione, il punto riguarda la modalità del confronto. Un giornalista che conduce un programma può contestare un dato, ma il modo in cui lo fa stabilisce anche chi ha il diritto di parlare e chi, invece, deve arretrare.

La scena richiama una forma di paternalismo che può assumere anche una marcata dimensione di genere: un uomo presume di dover spiegare a una donna ciò che lei dovrebbe sapere, indipendentemente dalla sua preparazione. È un meccanismo che tende a ridimensionare le interlocutrici proprio quando provano a portare competenze e opinioni nello spazio pubblico.

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Dalla frase al silenzio

Lo stesso schema era emerso nel 2020, quando Murgia partecipò a Tg Zero su Radio Capital. Durante il collegamento telefonico, lo psichiatra e saggista Raffaele Morelli le urlò «Stai zitta!» mentre lei gli rivolgeva domande incalzanti.

Quell’episodio diventò l’origine del libro Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire mai più, pubblicato da Murgia nel 2021. Il volume esamina espressioni e atteggiamenti che presentano come normali il sessismo e la svalutazione delle donne.

Tra gli esempi ci sono il complimento non richiesto difeso come una semplice gentilezza, l’accusa di spaventare gli uomini quando una donna appare determinata e l’invito a non fare la maestrina. Frasi diverse producono lo stesso risultato: riportare la donna entro un ruolo considerato più accettabile e meno visibile.

Il libro era dedicato anche a Raffaele Morelli, Mauro Corona, Ignazio La Russa e Bruno Vespa, insieme agli uomini che occupano una posizione di potere comunicativo e stabiliscono chi può intervenire, con quale tono e per quanto tempo.


Potere e spazio pubblico

La questione non riguarda soltanto gli studi televisivi. Può ripresentarsi tra amici, in famiglia, nelle aule e nei luoghi di lavoro, ogni volta che una donna preferisce tacere per non essere isolata o messa in discussione.

Secondo questa lettura, il silenzio non nasce da una scelta completamente libera. È spesso il risultato di rapporti di potere costruiti in modo diseguale e della convinzione che lo spazio autorevole appartenga soprattutto agli uomini.

Virginia Woolf descriveva già nel 1929, in Una stanza tutta per sé, la reazione degli uomini del mondo culturale quando una donna osava contraddirli o sottrarre loro una parte dello spazio. Da allora i luoghi dell’istruzione e della cultura si sono ampliati, ma la tendenza a relegare le donne ai margini non è scomparsa.

Per questo la parola può diventare una pratica politica. Parlare, anche quando il proprio modo di farlo viene giudicato scomodo, significa rifiutare l’idea di dover occupare meno spazio e di dover chiedere il permesso per esprimere competenze, dissenso o esperienza.

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