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Lifestyle 4 min di lettura2 ore fa

Trentini, il ritorno impossibile: «In Venezuela finirei di nuovo in cella»

Dopo 423 giorni di detenzione, il cooperante italiano prepara un libro e rilancia l’attenzione sui prigionieri politici e sui rischi dell’assistenza umanitaria.

Per Alberto Trentini il Venezuela non è più una destinazione possibile: la liberazione non ha cancellato l’indagine a suo carico né la sua presenza nei registri del controspionaggio militare. Se rientrasse nel Paese, sostiene, rischierebbe di essere arrestato ancora. Oggi il cooperante è in Italia e sta lavorando a un libro sulla detenzione a El Rodeo, sulla repressione venezuelana e sul valore della cooperazione internazionale.

A Treviso, invitato dall’Università popolare, Trentini ha parlato di assistenza umanitaria insieme alla giornalista Elena Mattiuzzo. L’incontro si è svolto alla presenza della famiglia materna e ha ripercorso anche il fermo del 15 novembre 2024, quando l’operatore di Humanity & Inclusion venne bloccato dalla Polizia nazionale bolivariana lungo la strada tra Santo Domingo del Táchira e Guasdualito, nello Stato di Apure. Trasferito in un carcere di El Rodeo I, vi rimase per 423 giorni.

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Il Venezuela resta una frontiera chiusa

Trentini ha spiegato che la sua scarcerazione è avvenuta con una misura cautelare: formalmente, quindi, l’inchiesta nei suoi confronti non è conclusa. La conseguenza concreta è che il ritorno in Venezuela sarebbe estremamente rischioso, perché il suo nome risulterebbe ancora associato agli apparati di sicurezza militari.

Per il momento ha scelto di restare in Italia o, più in generale, nell’area Schengen. L’intenzione è dedicare il 2026 alla scrittura e riprendere dal prossimo anno la ricerca di un impiego nella solidarietà internazionale, ma in un altro Paese. «In Venezuela non posso tornare», ha detto, spiegando che il suo ingresso potrebbe condurlo nuovamente in prigione nel giro di pochi minuti.


Oltre 300 persone ancora detenute

Secondo i dati citati durante l’incontro, nell’ottobre 2026 i prigionieri politici venezuelani erano 322. Tra loro figurano anche alcuni cittadini italo-venezuelani: diversi sono imprenditori che avevano lavorato per il governo e che, invece di ricevere il pagamento per i servizi prestati, sarebbero stati incarcerati.

Dopo l’uscita di Nicolás Maduro dal Paese, molti stranieri detenuti sono stati liberati nelle prime settimane, insieme a numerosi venezuelani estranei all’opposizione. Tra questi anche il tassista arrestato con Trentini, accusato soltanto di averlo accompagnato: ha trascorso quindici mesi in carcere. Il cooperante ha raccontato che nella stessa situazione si trovavano altri conducenti fermati mentre trasportavano persone poi finite sotto accusa.

A rimanere in cella sono soprattutto coloro che il potere considera avversari della rivoluzione. In alcuni casi le pene vengono prolungate con motivazioni ritenute pretestuose, come presunti tentativi di evasione collocati proprio alla vigilia della scarcerazione. Sono coinvolti anche familiari o persone legate indirettamente a sospetti complotti contro il governo.

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Famiglie al limite, attenzione da mantenere

Trentini e altri sostenitori collaborano con Foro Penal, organizzazione venezuelana impegnata a verificare che le liberazioni annunciate dalle autorità siano effettive. L’aiuto passa anche dalla raccolta e dall’invio di libri, sapone e beni essenziali, oltre che dai contatti con i parenti dei detenuti.

Il peso della detenzione ricade infatti anche sulle famiglie. Per una visita di appena 20 minuti, separata da un vetro e sorvegliata da una guardia con il volto coperto, alcuni parenti affrontano viaggi in autobus lunghi 300 o 400 chilometri ogni fine settimana. «Ogni volta che si può bisogna tenere i riflettori accesi», ha affermato Trentini, ricordando che il cambio di atteggiamento del regime non ha coinciso con libere elezioni né con la liberazione di tutti i prigionieri.


Un libro contro silenzi e disinformazione

Il volume che sta preparando servirà a raccontare il sistema carcerario repressivo venezuelano, ma anche a spiegare che cosa significhi lavorare nella cooperazione. Trentini ha ricordato che, negli ultimi tre anni, più di mille operatori umanitari sono stati uccisi. A suo giudizio, gli attacchi contro chi porta assistenza sono aumentati e le violazioni del diritto internazionale umanitario avvengono ormai apertamente nei Paesi segnati dai conflitti.

Nel suo racconto rientra anche la crescente esposizione dei mezzi della Croce Rossa e delle organizzazioni umanitarie, colpiti deliberatamente in un clima di impunità. Per contrastare questo fenomeno, sostiene, è necessario informare meglio l’opinione pubblica: sono i cittadini, attraverso il voto e le proprie posizioni, a poter sostenere politiche diverse. «Va valorizzato e spiegato al pubblico generale in cosa consiste il nostro lavoro», ha dichiarato.


La speranza legata al Nobel

Durante l’intervista si è parlato anche del Nobel per la pace assegnato a Maria Corina Machado. Trentini ha precisato di non poter giudicare l’episodio con piena distanza, perché al momento del riconoscimento lui e gli altri detenuti si trovavano ancora dietro le sbarre.

Da quella posizione, ogni segnale di pressione internazionale contro il regime veniva vissuto come una possibile svolta. Allo stesso tempo, ha riferito che molti detenuti con una lunga esperienza del sistema politico venezuelano criticavano la frammentazione dell’opposizione, Machado compresa. La repressione resta una realtà, ma secondo questa lettura le forze contrarie al governo non sono riuscite a unirsi e a sfruttare le occasioni utili per indebolire il potere autoritario.

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