Monroe-Miller, la maschera della felicità e un matrimonio impossibile
Si sono riconosciuti nelle fragilità, ma il legame tra l’attrice e il drammaturgo si è consumato tra ambizioni, maternità mancata, crisi personali e incomprensioni profonde.
Arthur Miller, chiamato a ricordare Marilyn Monroe da Enzo Biagi, non la descrisse come l’icona luminosa che il pubblico aveva imparato a conoscere. «Faceva credere a tutti di essere molto felice, ma io non ci credevo. Era molto depressa, ma aveva lo straordinario talento di riuscire a mascherare il suo stato d’animo. Indossava una maschera perché soffriva troppo. Non era assolutamente in grado di affrontare la sua depressione, ma era stata una bambina maltrattata. Cercava qualcuno che la salvasse», spiegò lo scrittore.
Quelle parole arrivarono dopo la fine del loro matrimonio e restituirono l’immagine di una donna che, fino agli ultimi anni, continuò a cercare ruoli e una forma di esistenza diversa da quella già confezionata per lei. Marilyn Monroe morì a Los Angeles nel 1962, a 36 anni, ma prima di allora provò ancora a lavorare e a sottrarsi al personaggio che aveva finito per imprigionarla.
GioiaPura
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Una fragilità riconosciuta troppo tardi
Il rapporto tra Monroe e Miller è stato definito da Enzo Biagi «l’arte di non capirsi». La loro storia nacque proprio dalla sensazione, almeno iniziale, che l’uno potesse leggere nell’altra ciò che il resto del mondo ignorava.
«Sei la ragazza più triste che ho conosciuto», le disse Miller. Marilyn rispose: «Sei il solo che me lo ha detto». In quello scambio c’era il punto di contatto fra due persone molto diverse: lei cercava comprensione e rispetto, lui pensava di poterle offrire una presenza più autentica di quella ricevuta nell’ambiente cinematografico.
L’attrice, nata a Los Angeles nel 1926, non si riconosceva del tutto nella seducente e ingenua creatura costruita dagli studios. Nel tempo libero leggeva James Joyce, come mostra una delle sue fotografie più note, e insisteva sulla necessità di essere valutata per le proprie capacità. «Odio gli uomini superficiali», aveva detto, riassumendo un’esigenza che avrebbe pesato anche nella scelta del compagno.
L’intesa nata tra due mondi
Marilyn e Arthur si conobbero nel 1950 a Los Angeles, grazie a Elia Kazan, che era in città insieme al drammaturgo. Miller incoraggiò l’idea che Monroe potesse affrontare il teatro drammatico e arrivare sui palcoscenici di New York: un riconoscimento capace di toccare il suo bisogno di non essere considerata soltanto un volto seducente.
A metà degli anni Cinquanta lei lasciò Hollywood e si stabilì a New York per formarsi all’Actors Studio, lavorando con Lee Strasberg. Fu in quel contesto che i due tornarono a frequentarsi; nel 1955 il rapporto divenne stabile. Miller, già affermato e vincitore del Premio Pulitzer nel 1949 per Morte di un commesso viaggiatore, chiuse il suo precedente matrimonio ormai deteriorato.
Monroe vedeva nel drammaturgo un uomo capace di trattarla con rispetto, lontano dalla logica della «fabbrica dei sogni», dove si era sentita ridotta a un corpo da esibire. Miller, dal canto suo, rimase affascinato da lei e sembrò convinto di poter costruire una relazione fondata sulla vicinanza intellettuale.
Il matrimonio si incrina
Le nozze arrivarono il 29 giugno 1956 a White Plains, nello Stato di New York: per Marilyn erano le terze, mentre per Miller le seconde. Dopo il rito civile, l’attrice si convertì all’ebraismo e la coppia celebrò anche una cerimonia privata secondo la tradizione ebraica.
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Il progetto comune entrò presto in conflitto con due desideri differenti. Miller aspirava a una vita riservata e domestica; Monroe desiderava diventare madre, ma non voleva abbandonare il percorso intrapreso per essere riconosciuta come attrice. Nel corso del matrimonio affrontò un aborto spontaneo, una gravidanza ectopica e una nuova interruzione spontanea della gravidanza.
Nel 1957 i due si trasferirono in Inghilterra per la realizzazione de Il principe e la ballerina, diretto e interpretato da Laurence Olivier e prodotto anche da Monroe. Le riprese furono difficili: Marilyn arrivava spesso tardi, lavorava con discontinuità e il rapporto con Olivier divenne molto teso.
In quel periodo l’attrice scoprì alcuni appunti di Miller nei quali il marito manifestava delusione per il matrimonio e ammetteva di sentirsi talvolta a disagio davanti ai propri amici dell’ambiente culturale. Per Marilyn fu una ferita profonda: l’uomo che pareva riconoscerne talento e intelligenza sembrava misurarla ancora attraverso le sue insicurezze.
Le distanze diventano definitive
Nei suoi quaderni Monroe rifletteva sul timore di trasformarsi soltanto nella moglie di qualcun altro e sulla necessità di imparare a prendersi cura di se stessa. Miller avrebbe poi raccontato di aver scritto pochissimo durante gli anni trascorsi con lei, mentre la coppia veniva travolta da discussioni, sfiducia, farmaci, alcol e tensioni sempre più difficili da gestire.
Anche la vicenda giudiziaria dello scrittore aumentò la pressione. Nella seconda metà degli anni Cinquanta Miller fu processato per essersi rifiutato di indicare simpatizzanti e membri del Partito Comunista; nel 1957 ricevette una condanna per oltraggio al Congresso, annullata l’anno successivo. Monroe lo sostenne pubblicamente e seguì da vicino gli sviluppi del procedimento.
Il definitivo deterioramento arrivò con Gli spostati, uscito nel 1961 e scritto da Miller pensando a lei. Durante il lavoro nel deserto, tra temperature estreme e incomunicabilità, i due vivevano nello stesso albergo ma non si rivolgevano la parola: per comunicare dovevano intervenire altre persone.
Marilyn riteneva di non essere difesa dal marito, nemmeno sul piano professionale. In quelle settimane Miller conobbe la fotografa Inge Morath, che avrebbe sposato nel febbraio 1962. Il legame con Monroe era ormai concluso.
Dopo Gli spostati, l’attrice attraversò una fase drammatica e nel 1961 fu ricoverata alla Payne Whitney Psychiatric Clinic di New York. Joe DiMaggio intervenne per ottenere il suo trasferimento in un’altra struttura. La sua ricerca di un’identità oltre la maschera cinematografica, però, non si fermò: fino alla fine Marilyn continuò a inseguire il lavoro e la possibilità di decidere chi essere.
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