Adozione e amore: la prova che mette in crisi la coppia di Germano
Il film di Daniele Luchetti, in arrivo su Netflix il 29 ottobre, affronta il desiderio di diventare genitori senza offrire risposte facili o consolatorie.
Quando il desiderio di adottare può dirsi già una forma di famiglia? È questa la domanda che attraversa “Noi, un po’ meglio”, il nuovo film di Daniele Luchetti presentato alla Festa del Cinema di Roma e disponibile su Netflix dal 29 ottobre. Al centro ci sono Simone e Lucia, una coppia che prova a trasformare un progetto condiviso in una scelta concreta, misurandosi con procedure complesse, dubbi personali e tensioni sempre più difficili da contenere.
GioiaPura
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Il desiderio che mette tutto in discussione
Simone, interpretato da Elio Germano, fa il pompiere; Lucia, a cui presta il volto Maria Chiara Giannetta, lavora come infermiera. Sono persone comuni, costruite dal regista come figure vicine alla vita quotidiana, ma capaci di suscitare il desiderio di diventare migliori. Luchetti ha spiegato di averli osservati con affetto, evitando sia il giudizio sia i cliché.
Il percorso verso la genitorialità passa attraverso un iter burocratico lungo e accidentato. La richiesta di adozione finisce così per mettere alla prova il legame, senza che il film trasformi il desiderio di avere un figlio in una colpa o in una certezza assoluta. La storia, ha chiarito Luchetti, pone i protagonisti davanti a un paradosso e li invita a interrogarsi sulle ragioni della loro scelta, senza emettere sentenze.
Due protagonisti lontani da sé
Germano ha raccontato di non sentirsi davvero simile a Simone, un uomo più centrato e risolto di quanto lui si percepisca nella vita. «Mi piacerebbe essere risolto come il personaggio, ma se così fosse non farei questo lavoro», ha detto l’attore, spiegando che la recitazione gli permette di esprimere parti di sé che nella quotidianità fatica a mostrare.
Anche Giannetta considera Lucia distante dalla propria personalità. Il personaggio vive una continua inquietudine e cerca di capire chi sia oltre la relazione sentimentale; la sua instabilità interiore viene bilanciata dalla solidità di Simone. La coppia non viene quindi presentata come un modello senza crepe, ma come un organismo che cambia sotto la pressione delle aspettative e delle paure.
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Un racconto senza risposte definitive
Filippo Nigro e Ilaria Spada interpretano la controparte narrativa della coppia principale. Nel delineare l’uomo alle prese con l’infertilità, Luchetti ha scelto di concentrarsi sulla sua dignità e sul colpo che quella condizione infligge alla sua identità, evitando di ridurlo a una figura caricaturale.
Spada richiama invece il rischio che il desiderio di diventare genitori si trasformi in una sorta di idolatria, capace di giustificare sacrifici sempre più pesanti. Caterina Guzzanti veste i panni della funzionaria incaricata di valutare l’idoneità della coppia: un’antagonista non autoritaria, resa più umana da un atteggiamento accogliente e da un sorriso.
La speranza resta il punto fermo
Rispetto a “Confidenza”, il precedente lavoro del regista, il nuovo film nasce con l’intenzione di instaurare un rapporto più empatico con chi guarda. Luchetti ha ricordato che il film precedente era stato realizzato durante il periodo del Covid e aveva prodotto con il pubblico un rapporto conflittuale; questa volta, invece, ha cercato una vicinanza fondata sull’affetto.
Anche l’impianto visivo contribuisce a definire il tono dell’opera. Per i costumi Luchetti si è affidato a Massimo Cantini Parrini, con cui collabora anche in teatro. Il risultato vuole accompagnare un racconto capace di affrontare questioni delicate senza rinunciare alla leggerezza: non una risposta sul significato della famiglia contemporanea, ma uno spazio per discuterne con uno sguardo positivo e fiducioso.
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