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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

La casa parla, le donne tacciono: il ritorno di Aurora Tamigio

A Milano, Villa Debora ospita otto donne in cerca di protezione, ma l’equilibrio della comunità si spezza quando cura, autorità e segreti entrano in conflitto.

A Villa Debora nulla resta davvero nascosto. La dimora milanese, costruita nei primi anni del Novecento e ormai segnata dal tempo, accoglie otto donne con storie, ferite e desideri diversi. Nel nuovo romanzo di Aurora Tamigio, però, la casa non fa soltanto da sfondo: osserva le sue abitanti e diventa la voce che conduce il lettore dentro una comunità fondata sull’aiuto reciproco.

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La villa conserva ogni segreto

Sara vorrebbe trasformare Villa Debora in una casa condivisa riservata alle donne in difficoltà. Al suo fianco c’è Lidia, mentre Argenta, la figlia quattordicenne, vive un’adolescenza appartata e trova un’amica in Adele. La coetanea è figlia di Valeria, che ha lasciato un marito violento per ricominciare.

Nella casa abitano anche Gloria, insegnante malata di sclerosi multipla, Piera, una barista di vent’anni rimasta senza lavoro, e Nadia, parrucchiera ormai in pensione, segnata da quattro aborti. Tutte cercano una tregua o provano a sottrarsi a qualcosa. Sotto la direzione severa di Sara, cucinano, lavorano nell’orto, studiano con l’aiuto di Gloria e costruiscono rapporti che non dipendono soltanto dai legami di sangue.

“L’ho immaginata subito come se avesse una sua personalità e un suo sguardo più o meno tenero sugli altri personaggi”, ha spiegato Tamigio parlando della scelta di affidare la narrazione alla villa. L’autrice si è ispirata a un’abitazione milanese realmente esistente e ha studiato le esperienze di coabitazione condivisa presenti in Italia e all’estero.


La cura può diventare controllo

L’ordine imposto da Sara nasce dal desiderio di proteggere le altre, ma finisce per comprimere la loro libertà. È questo il punto di rottura del romanzo: la casa mette in crisi l’autorità della fondatrice e fa emergere domande sui rapporti tra madri e figlie, sulla responsabilità e sul confine fragile tra assistere qualcuno e decidere al suo posto.

“La cura ha una doppia faccia: si farebbe di tutto per una persona che si ama, ma quel tutto potrebbe essere troppo”, ha detto la scrittrice. Nel corso della storia, i piccoli e grandi segreti delle inquiline vengono alla luce e l’equilibrio del gruppo si incrina, fino a mettere in discussione le regole su cui la comunità era stata costruita.

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Argenta rimane la figura più sfuggente. Non frequenta la scuola, teme di uscire e di confrontarsi con gli altri; porta con sé vicende più grandi della sua età e, come Villa Debora, guarda gli eventi senza rivelare subito ciò che sa. Il suo rapporto con Adele nasce dalla distanza tra le loro esperienze: una è stata protetta in modo quasi totale, l’altra ha dovuto occuparsi della madre.


Una famiglia scelta dalle donne

Nel libro gli uomini rimangono ai margini, con l’eccezione del marito violento di Valeria. Tamigio concentra l’attenzione sulle relazioni femminili perché, a suo giudizio, le esperienze di coabitazione di questo tipo coinvolgono soprattutto donne. Il centro del racconto diventa così la rete di rapporti che si forma tra persone non unite necessariamente dalla parentela.

Madri e figlie, amiche e compagne di vita compongono un’idea di famiglia diversa da quella tradizionale. L’autrice esplora i limiti dell’impostazione patriarcale e racconta una possibilità già concreta: scegliere i propri legami e costruire una forma di comunità alternativa a quella convenzionale.

Anche l’amicizia tra Argenta e Adele segue questa direzione. Le due ragazze hanno idee opposte sulla protezione e sulla libertà, ma proprio per questo riescono a completarsi. Nel loro rapporto imparano a misurare il bisogno di amare con quello, altrettanto forte, di essere amate.

“Scrivere questo romanzo è stata una delle cose più difficili della mia vita e mi ha guarita”, ha raccontato Tamigio. La complessità derivava dal numero dei personaggi, dalla ricerca della voce narrante e dal tema della cura, affrontato durante anni personali particolarmente intensi. Dopo Il cognome delle donne, vincitore del Premio Bancarella e del riconoscimento Eroine d’Oggi di iO Donna, l’autrice torna così a interrogarsi sui legami, sulle ferite e sulle forme possibili dell’appartenenza.

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