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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

Tramontano, il delitto nato da una doppia vita: cosa emerse

Dalla relazione parallela alla confessione: la ricostruzione dell’omicidio di Giulia Tramontano e le accuse contro Alessandro Impagnatiello

Per settimane Alessandro Impagnatiello avrebbe cercato di nascondere una doppia relazione, mentre Giulia Tramontano era incinta di sette mesi. Il 27 maggio 2023 la donna tornò a casa dopo aver incontrato l’altra compagna dell’uomo e venne uccisa nell’abitazione di Senago. La Procura ha chiesto per l’imputato l’ergastolo con 18 mesi di isolamento diurno.

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La doppia vita prima dell’omicidio

Impagnatiello, allora trentenne e barman all’Armani Café, avrebbe portato avanti per oltre un anno due rapporti contemporaneamente. Giulia aspettava un bambino, che avrebbe dovuto chiamarsi Thiago; anche la collega italo-inglese di 23 anni era rimasta incinta, ma aveva scelto di interrompere la gravidanza.

Le due donne si incontrarono proprio il 27 maggio all’Armani Café di Milano. L’uomo avrebbe dovuto essere presente, ma le lasciò sole. Dal confronto emerse una lunga serie di menzogne: alla collega aveva raccontato che la relazione con Giulia era conclusa e le aveva mostrato un falso test del DNA per sostenere di non essere il padre del bambino. La ragazza scoprì però le prove della falsificazione sull’iPad.


Il rientro di Giulia e l’aggressione

Alle 18.30 Giulia avvisò il compagno con due messaggi: «Sto tornando a casa» e «Fatti trovare». Raggiunse l’abitazione di Senago poco dopo le 19. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Impagnatiello la attendeva e avrebbe preparato l’azione in anticipo.

L’aggressione avvenne intorno alle 20.30. Giulia fu colpita 37 volte con un coltello e, secondo gli accertamenti, era ancora viva dopo l’ultimo fendente. L’uomo avrebbe poi tentato di smembrare il corpo e di cancellare le tracce nell’appartamento, senza riuscire a eliminare il sangue individuato dalla polizia scientifica.

Con il cadavere ancora in casa, avrebbe utilizzato il telefono della compagna per inviare messaggi. In seguito provò due volte a bruciare il corpo, prima usando l’alcol e poi la benzina, nel garage e nell’abitazione. Tra il 27 e il 30 maggio lo spostò tra garage, cantina e bagagliaio della sua T-Roc, fino a nasconderlo in un’intercapedine di via Monte Rosa, a meno di 700 metri da casa.


La denuncia e la confessione

La mattina del 28 maggio Impagnatiello si presentò al lavoro. Soltanto alle 19 denunciò la scomparsa di Giulia, mentre i familiari avevano già cominciato a cercarla perché non riuscivano a contattarla. In seguito raccontò agli inquirenti di aver trasferito il cadavere prima nel garage, poi in cantina e infine nell’auto.

La confessione arrivò quando gli investigatori avevano già raccolto elementi decisivi: sangue nell’appartamento e nella vettura, oltre a testimonianze utili a ricostruire gli spostamenti e gli eventi di quel pomeriggio. L’altra donna, intanto, non aveva creduto alle sue versioni contraddittorie e non lo aveva fatto entrare quando si era presentato davanti casa sua alle due di notte. Gli investigatori hanno valutato anche l’ipotesi che volesse colpire lei.

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L’ipotesi del veleno e le accuse

Nel corso delle indagini sarebbero emerse anche ricerche in rete su come uccidere una donna incinta e avvelenare un feto. Le analisi avrebbero rilevato tracce di topicida nel sangue e nei capelli di Giulia, oltre che nei tessuti e nei capelli fetali. Per l’accusa, le dosi sarebbero aumentate nell’ultimo mese e mezzo di vita della donna.

A Impagnatiello vengono contestati l’omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà, dai futili motivi e dal rapporto di convivenza. Le imputazioni comprendono anche l’interruzione di gravidanza senza consenso e l’occultamento di cadavere. La difesa, affidata a Giulia Geradini e Samanta Barbaglia, punta a dimostrare che l’uomo non fosse capace di intendere e di volere al momento dei fatti.


Il processo e la richiesta della Procura

La prima udienza davanti alla Corte d’Assise di Milano, fissata per il 18 gennaio 2024, era dedicata alle questioni preliminari e alle richieste di costituzione delle parti civili. Tra queste figuravano i familiari di Giulia e il Comune di Senago. La difesa poteva inoltre depositare una consulenza psichiatrica e chiedere una perizia sulle condizioni mentali dell’imputato.

La pubblica accusa, rappresentata da Letizia Mannella e Alessia Menegazzo, aveva indicato tra i testimoni gli investigatori del Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano, i consulenti tecnici, i familiari della vittima e la collega 23enne. La Corte era composta dalla presidente Antonella Bertoja e dalla giudice Sofia Fioretta.

Nel corso della requisitoria, la pm Alessia Menegazzo ha definito il delitto l’esito di un piano non improvvisato: «Nessun raptus, nessuna decisione improvvisa». La Procura ha quindi sollecitato l’ergastolo con 18 mesi di isolamento diurno, sostenendo che l’uccisione fosse stata preceduta da una preparazione prolungata.

La famiglia di Giulia ha chiesto giustizia anche attraverso gli appelli della sorella Chiara. Nel ricordare la giovane e il bambino che non sarebbe mai nato, ha scritto: «Nulla ci restituirà Giulia, ma la giustizia può alleviare il senso perenne di frustrazione e sconfitta». La donna aveva 29 anni quando venne uccisa, era al settimo mese di gravidanza e aspettava Thiago.

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