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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

Rabbia femminile, da Medea ai social diventa politica

Miti, romanzi, serie e musica raccontano la collera delle donne come energia condivisa e non più come semplice patologia

La rabbia femminile è diventata una forza culturale e politica, tra miti antichi, romanzi, serie televisive, musica e social network.

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Dalla repressione alla consapevolezza

Il film francese La Casa delle Donne di Mélisa Godet, uscito al cinema il 29 ottobre, affida a una frase il proprio messaggio: «Hai ragione di essere arrabbiata e hai il diritto di dirlo». La battuta, ripetuta nei materiali di presentazione, lega il riconoscimento delle emozioni alla possibilità di trasformarle in parola e azione.

Su un piano più pratico, la psicologa Lara Pelagotti ha proposto, durante la rassegna Il Tempo delle Donne del Corriere della Sera, un videocorso dedicato alla gestione della collera. L’obiettivo è aiutare a identificarla, accettarla e indirizzarla, invece di reprimerla o lasciarla rivolgere contro se stesse.

Anche l’editoria digitale ha iniziato a misurarsi con il tema. Rabbia Femminile, pubblicato nel 2026 da Saage Media GmbH e attribuito a Inuus A.I. Saage, analizza il condizionamento alla docilità imposto alle donne fin dall’infanzia. Il fatto che il volume sia stato generato dall’intelligenza artificiale mostra quanto l’argomento sia entrato nella produzione culturale più ampia.


Il racconto passa dai social

L’etichetta #femalerage raccoglie sui social storie, immagini e riflessioni sulla collera delle donne. Il fenomeno accompagna una rilettura di personaggi e vicende in cui l’ira femminile non viene più trattata soltanto come squilibrio individuale.

La serie spagnola Furia, disponibile su Prime, intreccia le esperienze di cinque donne segnate da ricatti, manipolazioni e oppressioni. Le loro storie finiscono per convergere in una ribellione comune, mentre il riferimento a Medea consente di mettere in discussione l’idea che la furia di una donna debba essere spiegata soprattutto attraverso la maternità.

Medea, infatti, viene spesso presentata come il simbolo della madre che rifiuta il proprio ruolo. Ridurre la sua collera al rapporto con i figli significa però ricondurre ancora una volta l’identità femminile alla funzione materna, lasciando in secondo piano le altre ragioni della rivolta.


Le donne arrabbiate nella cultura pop

Beyoncé ha dato una forma popolare al tradimento e alla collera con Lemonade. In Hold Up sorride mentre distrugge i finestrini delle automobili con una mazza da baseball; il racconto si conclude poi con il ritorno alla casa e alla famiglia, ricomponendo la frattura iniziale.

La politica ha mostrato quanto diversamente venga giudicata l’ira a seconda del genere. Durante la campagna presidenziale del 2016, Hillary Clinton fu descritta come una «nasty woman», cioè una donna cattiva, fredda e ambiziosa. La rabbia maschile tende a essere letta come autorevolezza, mentre quella femminile viene più facilmente associata ad arroganza o instabilità.

Un precedente ancora più radicale è Charlotte Corday, che il 13 luglio 1793 uccise Jean-Paul Marat nella vasca da bagno. Prima di essere ghigliottinata, respinse l’accusa di omicidio privo di motivazioni politiche e dichiarò: «Ho ucciso un uomo per salvarne centomila!». Silvia Romani osserva che Corday entrò in uno spazio riservato agli uomini per affermare una propria idea di giustizia.

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Miti, mostri e vendetta

La tradizione classica offre una lunga galleria di donne furiose: Medusa, Medea, Elettra e Clitemnestra. Silvia Romani, antropologa dell’antichità classica e docente all’Università Statale di Milano, ne ha ricostruito la presenza nel saggio Furiose, pubblicato da Einaudi.

Secondo Romani, il mondo greco e latino mette ripetutamente in guardia contro l’ira femminile, attribuendola a dee, regine e baccanti. La studiosa vede nella collera trattenuta un’energia destinata prima o poi a emergere: «Il mondo greco e latino è pieno di avvertimenti sugli eccessi d’ira delle donne, sulla loro furia cieca, che siano dee, regine o baccanti».

Clitemnestra accoglie Agamennone, rientrato dalla guerra di Troia, fingendo obbedienza coniugale. La sua vendetta nasce dal sacrificio della figlia Ifigenia e da un matrimonio imposto; il re viene ucciso nella stanza da bagno, mentre è privo di difese. La regina rivendica quindi il gesto come una forma di giustizia, senza mostrare pentimento.

Elettra sceglie invece una vendetta coltivata nell’attesa. Romani la descrive come una figura che supera la semplice rabbia e concentra ogni risorsa nel progetto del fratello Oreste, accogliendo la morte della madre come una vittoria personale.


La furia diventa una voce collettiva

Nel romanzo Malefica di Nicole Trevisan, Aurora incarna una collera che non accetta di essere addomesticata. La giovane distrugge il proprio appartamento e continua a infierire anche quando si ferisce, richiamando le Erinni, le antiche Furie, e rifiutando la vita nella provincia veneta.

La serie britannica Riot Women propone un percorso differente. Cinque donne di mezza età, relegate a compiti domestici e di cura, trasformano il risentimento accumulato nella musica di una band punk-rock. La scrittura e le chitarre diventano strumenti per contestare l’ipocrisia sociale.

Una simile inversione compare in Tutte le mie amiche sono morte di Lucia Patrizi, dove cinque donne appartenenti a generazioni diverse sviluppano capacità oscure. Anche Furious, disponibile su Disney+, racconta la vendetta di Catherine Grace, sopravvissuta alla tratta durante l’adolescenza e decisa a eliminare gli uomini responsabili delle sue sofferenze.

Catherine e Clitemnestra colpiscono i propri nemici dentro luoghi che dovrebbero proteggerli: una New York contemporanea e il palazzo di Argo. Il richiamo a Medusa aggiunge il tema della vittima trasformata in mostro, colpevolizzata dopo la violenza subita. In queste opere, serpenti, armi e corpi minacciosi smettono di indicare vergogna e diventano forme di difesa.

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