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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

Rabbia a scuola, la domanda di Beatrice Dalia: che esempio diamo

La giurista e mediatrice Beatrice Dalia invita famiglie e docenti a trasformare il conflitto in un’occasione educativa, dentro e fuori dalle aule

Un bambino indicato dai compagni come aggressivo partecipò a un laboratorio dedicato alla rabbia e ne uscì con una consapevolezza nuova. Tornato a casa, disse alla madre: «So come guarire! Adesso lo insegno anche alla sorellina». Per Beatrice Dalia, giurista e mediatrice familiare e scolastica, episodi come questo mostrano quanto sia importante intervenire prima che la frustrazione si traduca in violenza.

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Gli adulti devono guardarsi allo specchio

Il punto di partenza, secondo Dalia, riguarda il comportamento degli adulti. Genitori e insegnanti non trasmettono soltanto attraverso le parole: il modo in cui affrontano una discussione, reagiscono a una delusione o mostrano rispetto diventa un riferimento quotidiano per bambini e adolescenti.

«Dovremmo chiederci, intanto, che modello siamo per loro», osserva la mediatrice. Nei suoi percorsi nelle scuole, spesso gli insegnanti le chiedono di proporre attività simili anche ai genitori. Da qui nasce l’idea di coinvolgere le famiglie negli istituti, insieme ai docenti, per definire regole comuni e costruire un ambiente che aiuti i ragazzi a misurarsi con la vita.


Quando il disagio cerca una piazza

Le tensioni esplose in diverse città italiane, da Milano a Bologna, si inseriscono in un quadro segnato da divari educativi e sociali. Quasi 1,4 milioni di minori vivono in condizioni di povertà assoluta, mentre l’abbandono scolastico precoce riguarda il 9,8% degli studenti: circa uno su dieci interrompe gli studi prima di conseguire il diploma.

Il problema risulta più marcato nelle periferie e in alcune zone del Paese. Le piazze presidiate, le vetrine protette e la presenza rafforzata delle forze dell’ordine raccontano l’emergenza, ma lasciano aperto un interrogativo: quali occasioni vengono offerte ai più giovani per esprimere il malessere quando è ancora possibile affrontarlo senza arrivare allo scontro?


Due comportamenti da non confondere

Dalia legge le manifestazioni recenti attraverso la doppia prospettiva della giurista e della mediatrice. A suo giudizio, accanto a una partecipazione civile e autentica, si sono visti episodi in cui la folla è stata usata come copertura per superare consapevolmente i limiti.

La stessa dinamica, spiega, può comparire anche tra i banchi. Per questo ritiene necessario distinguere chi agisce con intenzione precisa da chi viene coinvolto per inesperienza, pressione del gruppo o desiderio di mettersi in mostra. Anche le risposte delle autorità, di conseguenza, non dovrebbero essere automaticamente uguali.


La scuola può intervenire prima

Secondo la mediatrice, gli adulti spesso non riconoscono i ragazzi nel momento in cui sarebbe ancora possibile accompagnarli verso un percorso diverso. La scuola secondaria di primo grado rappresenta una fase decisiva per la formazione della persona, ma proprio allora alcuni genitori riducono la supervisione e non tutti gli insegnanti si sentono preparati ad affrontare l’instabilità tipica della crescita.

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Dalia richiama quindi la necessità di rafforzare le occasioni di socialità positiva. Non basta impartire ordini o pretendere rispetto: i ragazzi devono poter comprendere il significato delle regole, sperimentare le conseguenze delle proprie azioni e imparare a riconoscere ciò che provano.


Relazioni da allenare ogni giorno

Le sue «palestre di relazione» non sono strutture speciali, ma contesti educativi costruiti con intenzione. In famiglia possono coincidere con ascolto autentico e presenza; a scuola richiedono invece adulti competenti, capaci di accompagnare il confronto e di trasformare i contrasti in occasioni di apprendimento.

Per Dalia, bambini e adolescenti vengono spesso spinti troppo presto verso comportamenti da adulti. Si insegna loro come apparire corretti agli occhi dei grandi, senza offrire abbastanza spazio per sviluppare un proprio criterio. Gioco cooperativo, teatro, musica, arte e attività dedicate alla gestione dei conflitti possono restituire alla scuola una funzione aggregativa e insegnare quelle competenze necessarie per vivere con gli altri.


Il sostegno di Mission Bambini

Su questo terreno opera anche Mission Bambini, organizzazione con cui Dalia collabora. Nei territori più esposti al rischio di dispersione, l’ente affianca gli insegnanti con percorsi dedicati alla relazione educativa e propone attività durante il tempo pomeridiano, quando molti ragazzi restano privi di opportunità strutturate.

Attraverso il programma Stelle Mission Bambini, l’organizzazione sostiene i servizi per la prima infanzia e lavora con scuole primarie e secondarie. Le iniziative comprendono laboratori, aiuto nello studio e attività per rafforzare le capacità emotive e relazionali, con l’obiettivo di contrastare la povertà educativa e ridurre l’abbandono scolastico.


Capire le emozioni per non subirle

Educare alla dimensione emotiva non significa cancellare la rabbia o imporre ai ragazzi di nasconderla. Il primo passaggio consiste nel riconoscere ciò che si prova e nell’accettarlo; il rischio nasce piuttosto dalle modalità con cui quell’emozione viene riversata su di sé o sugli altri.

L’episodio del bambino che alzava le mani contro i compagni mostra, secondo Dalia, l’effetto concreto di questo approccio. Dopo aver seguito con attenzione gli esercizi sulla collera, il piccolo non si è limitato a sentirsi rimproverato: ha percepito di avere uno strumento nuovo e ha voluto condividerlo con la sorella. È in passaggi di questo tipo che la prevenzione può diventare educazione quotidiana.

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