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Lifestyle 4 min di lettura2 ore fa

La rabbia che eredita il silenzio: il viaggio di Luce

Nel romanzo di Giulia Paganelli, quattro generazioni affrontano violenza, memoria e poteri femminili custoditi tra le mura di una villa modenese.

Nel destino di Luce c’è una domanda che attraversa intere generazioni: come si può sottrarre all’oblio chi è stato cancellato, emarginato o costretto a tacere? In Le sussurratrici, Giulia Paganelli affida alla parola il compito di ricomporre una genealogia femminile segnata da soprusi e segreti. La risposta arriva attraverso Fenicia: «l’unica cosa che rende immortali è avere il proprio nome in una storia».

Il romanzo non racconta una sola forma di violenza. Accanto agli abusi fisici dentro le relazioni compaiono il controllo psicologico e la pressione esercitata sui corpi, piegati a modelli estetici e ideali irraggiungibili. Per Paganelli, quasi ogni donna incontra almeno una di queste forme di sopraffazione e il corpo resta spesso il primo territorio da conquistare.

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La rabbia diventa una forza

Le protagoniste condividono un sentimento che, nella vita reale come nella narrativa, alle donne è stato a lungo imposto di dissimulare: la rabbia. L’autrice la considera invece una possibilità di reazione contro un sistema che pretende docilità, impone comportamenti e confina le donne in spazi stabiliti dagli uomini.

Nel libro questo impulso assume significati diversi a seconda della discendente che lo riceve. Adelasia lo trasforma in rivalsa, Fenicia lo usa per proteggere ciò che le è stato affidato, Amelia cerca attraverso di esso una forma di dominio, mentre Luce lo converte in racconto. Anche il diritto di voto e il femminismo, ricorda Paganelli, sono nati da una protesta contro l’ordine esistente.


Quattro vite contro il destino

La vicenda prende forma attorno ad Adelasia, che ascolta per la prima volta le voci della nonna Caterina nel giorno delle nozze. Caterina, ritenuta una strega per gli incantesimi pronunciati mentre preparava i suoi dolci, le lascia un quaderno di ricette e la villa delle Buonedonne, casa isolata sui colli modenesi dove il confine tra vivi e defunti appare meno netto.

La fuga dalla convivenza con un marito violento conduce Adelasia nella dimora insieme alle figlie Bianca e Fenicia. Il dono, però, non passa a entrambe: soltanto Fenicia eredita la capacità di ascoltare i sussurri e di intervenire sul cibo. La villa diventa così un riparo per altre donne, tra cui Clara, considerata folle, Laura, sarta innamorata del garzone Libero, Ebe, domestica della casa, e Miriam, fotografa ebrea.

Fenicia affronta prove durissime e tenta di trasmettere il proprio potere ad Amelia. La figlia reagisce con il rifiuto, abbandona le Buonedonne e cerca altrove la propria strada, senza riuscire tuttavia a sottrarsi del tutto alla traiettoria che ha segnato le antenate. Negli anni Ottanta si lascia attirare dalla televisione e dal commercio di prodotti dimagranti, in un periodo dominato dall’ossessione per la forma fisica: il suo desiderio di controllo cresce fino a diventare manipolazione.

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Sarà Luce, figlia di Amelia, a interrompere la catena. È lei a ricostruire il mistero della villa e a riconoscere i legami sottili tra vicende lontane, facendo emergere una storia di donne rimaste per troppo tempo ai margini.


Saperi femminili, tra rito e memoria

Il potere narrato nel libro passa dal cibo alle erbe, dalle parole ai gesti quotidiani. Sono pratiche associate per tradizione alle donne e spesso liquidate come superstizione o conoscenza di poco conto. Paganelli, antropologa, studia da quindici anni le persone accusate di stregoneria tra il Cinquecento e il Seicento: molte di loro esercitavano forme di medicina popolare o custodivano rituali domestici, poi svalutati e rimossi dalla memoria collettiva.

Il termine “sussurratrici” richiama anche una consuetudine dell’area dell’Alta modenese, dove si parla al fuoco di Sant’Antonio, alle ossa fratturate per favorirne la guarigione, al cibo e alle finestre, considerate punti di passaggio verso i morti. La scrittrice ha inserito nella storia anche i nonni paterni, Laura e Libero, ai quali la sua famiglia attribuiva il passaggio di un dono simile.


Una storia costruita a strati

Le sussurratrici può essere letto come una sequenza di vicende autonome, ma anche come una trama di rimandi tra epoche e personaggi. Dal 1930 in avanti, le generazioni si susseguono mostrando modi differenti di reagire all’invisibilità e alla violenza, mentre sullo sfondo prende forma il lungo percorso dell’emancipazione femminile, tema che Paganelli approfondisce da anni nel suo lavoro di ricerca.

Il primo personaggio immaginato dall’autrice è Clara, figura ispirata anche nel nome a La casa degli spiriti di Isabel Allende. In lei confluiscono le tante donne giudicate anormali, internate o sottoposte a pratiche estreme perché incapaci o rifiutatesi di aderire alle regole sociali. Luce, invece, è il personaggio che Paganelli sente più vicino, perché condivide con lei alcuni tratti personali.

Il finale introduce una svolta decisiva e una scelta radicale compiuta da Luce. Senza svelarne gli sviluppi, il romanzo suggerisce che raccontare non significa soltanto conservare un ricordo: vuol dire restituire identità a chi ne è stato privato e trasformare una sofferenza ereditata in una possibilità di riscatto.

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