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Lifestyle 3 min di lettura15 ott

Procrastinare non è pigrizia: cosa sta davvero cercando di proteggere il corpo

Paura del giudizio, vergogna e timore di fallire possono attivare risposte automatiche che ostacolano l’azione, anche quando sappiamo con chiarezza che cosa desideriamo.

Rimandare una telefonata, lasciare in sospeso un progetto o evitare una scelta importante viene spesso interpretato come mancanza di disciplina. Secondo Ludovic Leroux, però, dietro questi comportamenti può esserci un sistema nervoso che tenta di proteggerci da conseguenze percepite come minacciose, come il fallimento, il rifiuto o la vergogna.

Nel libro “Smetti di limitarti grazie al nervo vago”, pubblicato da Edizioni LSWR, l’autore — ex atleta e coach formato con Deborah Dana, componente del gruppo di lavoro di Stephen Porges — propone di osservare il legame tra corpo, emozioni, pensieri e senso di sicurezza. L’obiettivo non è costringersi a essere più coraggiosi, ma capire quale reazione si attiva e creare gradualmente le condizioni per tornare presenti.

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Quando il desiderio attiva un allarme

Il nervo vago è il più lungo dell’organismo e mette in collegamento il cervello con numerosi organi. Partecipa alla regolazione di funzioni involontarie e, secondo Leroux, contribuisce anche al ritorno alla calma dopo una fase di attivazione, con un’azione paragonabile a quella di un freno rispetto alla risposta del sistema nervoso simpatico.

Il sistema nervoso autonomo valuta continuamente una domanda essenziale: «Sono al sicuro?». Se la risposta è positiva, possiamo mantenere un rapporto di connessione con noi stessi, con gli altri e con ciò che ci circonda. Quando invece viene percepito un pericolo, anche soltanto immaginato, pensieri, emozioni e comportamenti possono cambiare per adattarsi alla minaccia.

È in questo passaggio che un obiettivo desiderato può diventare difficile da perseguire. Il corpo, spiega Leroux, non cerca necessariamente di impedirci di ottenere ciò che vogliamo: prova piuttosto a evitare le conseguenze che associa a un possibile insuccesso. Se in passato vergogna o delusione sono state vissute come esperienze insostenibili, il sistema può cercare di tenerci lontani da una situazione capace di riattivarle.


La procrastinazione ha più di un volto

Rimandare non coincide sempre con l’inattività. Leroux distingue una forma passiva, caratterizzata da immobilità e scarsa energia per cominciare, e una forma attiva: si svolgono molte incombenze, ma si evita proprio quella più importante o più temuta.

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In questa prospettiva, la procrastinazione non sarebbe il problema originario, bensì la risposta messa in campo dall’organismo davanti a un allarme. Il compito da svolgere può essere perfettamente chiaro; ciò che spaventa è quello che potrebbe accadere dopo, se il risultato non fosse all’altezza delle aspettative. Per ridurre il rischio di soffrire, il sistema nervoso può quindi spingerci a non avanzare.

La reazione può assumere anche la forma dell’attacco, della fuga o del blocco. Nel primo caso compaiono tensione, rabbia, impulso a insistere e sensazioni fisiche intense; nella fuga prevalgono evitamento, scuse, agitazione e ricerca di alternative. Il blocco, invece, può manifestarsi con stanchezza, impotenza e pensieri di rinuncia.


Autostima e memorie del corpo

Queste risposte non sono considerate positive o negative in assoluto: sono strategie di adattamento, la cui utilità dipende dal contesto. Imparare a individuarle attraverso sensazioni, emozioni, pensieri e azioni può aiutare a comprendere meglio ciò che sta accadendo prima di giudicarsi incapaci o poco determinati.

Il modo in cui reagiamo non è uguale per tutti. Le esperienze accumulate, soprattutto nei primi anni di vita, contribuiscono a insegnare al sistema nervoso che cosa interpretare come sicuro e che cosa, invece, come pericoloso. Una situazione vissuta con vergogna in assenza di una figura rassicurante può diventare, in seguito, un’esperienza da evitare.

Lo stesso meccanismo può influenzare le relazioni e le decisioni professionali. Quando l’autostima è fragile, il timore di non essere abbastanza o di non risultare adeguati può alimentare un circuito fatto di pensieri negativi, reazioni fisiche e comportamenti di protezione. Riconoscere questo circuito non significa eliminare la paura, ma comprendere che cosa sta segnalando e accompagnare il corpo verso una condizione di maggiore sicurezza.

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