Milano non è per tutti: la svolta verde che chiede Paola Viganò
Dagli alberi alla casa accessibile, l’urbanista indica le scelte necessarie per rendere più vivibili Milano e le altre città italiane.
«Sì, ma a patto che lo spazio pubblico sia davvero di tutti». Per Paola Viganò, una biblioteca aperta al quartiere o un giardino curato dagli abitanti possono contribuire a costruire una città in cui sentirsi a casa, ma soltanto se non diventano luoghi esclusivi o strumenti di valorizzazione immobiliare.
L’urbanista porta l’esempio di Tournai, in Vallonia, dove ha seguito la trasformazione dell’area attorno alla stazione: un luogo considerato poco sicuro che il progetto ha cercato di restituire alla vita quotidiana. La questione, per Viganò, non riguarda soltanto la qualità estetica degli spazi, ma chi può frequentarli e beneficiarne.
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Roma resiste alla privatizzazione
Secondo Viganò, Roma sta vivendo una forte pressione sulle proprie aree urbane. Tuttavia, nella capitale i movimenti sociali e l’attivismo civico hanno avuto un ruolo più incisivo nel difendere zone verdi, siti archeologici e territori ricchi di biodiversità, oggi accessibili a una parte ampia della popolazione.
Queste esperienze, spiega l’architetta, non puntano a escludere gli investimenti privati. Chiedono piuttosto di cambiare gli obiettivi politici della trasformazione urbana, così che la transizione ecologica proceda insieme a quella sociale e non produca nuovi recinti riservati a pochi.
La casa deve tornare centrale
A Milano il nodo più urgente resta l’abitazione. Negli ultimi anni la città è cambiata attraverso interventi immobiliari, recuperi di aree dismesse, nuove infrastrutture e politiche sulla mobilità, senza però riuscire a coordinare pienamente gli effetti di queste trasformazioni.
La crescita dei valori immobiliari sta allontanando molti residenti. Anche le periferie hanno raggiunto costi difficili da sostenere, mentre diversi edifici e comparti rigenerati sono finiti nelle mani di fondi d’investimento. Viganò ritiene quindi necessario utilizzare meglio il patrimonio già disponibile e riservare una quota più significativa di alloggi accessibili nelle ultime aree industriali da trasformare.
Il prossimo sindaco, secondo l’urbanista, dovrebbe rafforzare la presenza pubblica anche nei progetti promossi da operatori privati. A Milano, osserva, l’edilizia sociale realizzata finora è stata insufficiente e la rigenerazione ha spesso favorito enclave esclusive, riducendo la mescolanza tra gruppi sociali.
Alberi, suolo permeabile e meno auto
Il clima impone anche un ripensamento fisico delle strade. Dopo un’estate segnata da temperature eccezionali, Viganò sostiene che non sia sufficiente adattare le città: occorre intervenire sulle cause e ricucire il rapporto tra ambiente costruito e natura.
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Parigi ha avviato una politica sistematica di sottrazione di spazio alle automobili per inserire alberi e vegetazione lungo le strade. Barcellona ha invece predisposto una rete di oltre 500 luoghi, tra biblioteche, musei, parchi e scuole, pensati come rifugi durante le fasi di caldo intenso, anche se una parte di questi spazi è rimasta chiusa nel corso dell’estate.
A Losanna e in altre città si sta rimuovendo l’asfalto per consentire al terreno di assorbire l’acqua. Bruxelles, dal 2000, affida a una figura indipendente il coordinamento degli interventi pubblici e la qualità dello sviluppo urbano; tra le proposte avanzate c’è l’idea di strade composte per metà da aree verdi o percorsi destinati alla mobilità lenta. Viganò ritiene che soluzioni analoghe possano essere applicate anche a Milano.
Una transizione che non espella
La riflessione dell’architetta parte dal suo ultimo libro, Il giardino biopolitico. Spazi, vite e transizione, dedicato agli effetti concreti che le scelte urbanistiche producono sui territori e sulle persone. Il suo lavoro unisce l’insegnamento all’Università Iuav di Venezia e il ruolo di professoressa emerita al Politecnico di Losanna con l’attività dello studio professionale, presente a Milano e Bruxelles.
Durante il Festivaletteratura di Mantova ha parlato di sopravvivenza riferendosi alla città europea contemporanea. Il termine comprende il caro-affitti, le ondate di calore e la pressione del turismo nelle città d’arte, ma anche i processi che espellono gli abitanti dai quartieri diventati più costosi.
Viganò avverte che una politica ambientale concentrata soltanto sulla riduzione degli effetti del cambiamento climatico sarebbe incompleta. Se le disuguaglianze continuano ad aumentare, sostiene richiamando Thomas Piketty, diventa difficile ottenere una trasformazione reale: la domanda decisiva per architetti e urbanisti è dunque capire per chi vengano progettate le città.
A Lecco, il suo studio ha appena concluso un lungolago lungo un chilometro e mezzo, con più spazio per pedoni e ciclisti e 130 posti auto in meno. L’opera, finanziata con 10 milioni di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha contribuito alla sconfitta elettorale dell’ex sindaco, ma ha anche creato un percorso utilizzabile da bambini, giovani e anziani. Per Viganò, il confronto sul futuro metropolitano deve tornare a concentrarsi sulle vite quotidiane e sulla qualità degli spazi, oltre i confini amministrativi di Milano.
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