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Lifestyle 3 min di lettura3 ore fa

Laura Poitras racconta la resistenza di Minneapolis contro l’ICE

Il corto They’re Here segue cittadini, volontari e giornalisti durante l’Operazione Metro Surge contro le retate

Laura Poitras ha raccontato in un cortometraggio la mobilitazione dei cittadini di Minneapolis contro l’Operazione Metro Surge, condotta dall’ICE. Il film, intitolato They’re Here, documenta la risposta della comunità alle operazioni contro la popolazione immigrata.

La regista premio Oscar ha realizzato il lavoro insieme alla giornalista Rachel Lauren Mueller. Il documentario dura 25 minuti, è stato presentato alla Mostra di Venezia e al New York Film Festival ed è candidato ai Critics’ Choice Award nella categoria dedicata ai documentari.

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Il film sulla città sotto pressione

A Minneapolis, coperta dalla neve, il Dipartimento per la Sicurezza interna ha avviato una vasta operazione nell’area metropolitana che comprende anche Saint Paul. Poitras e Mueller hanno seguito i residenti impegnati a evitare gli agenti federali, affiancando alle riprese dirette i video pubblicati online, le immagini delle telecamere di sorveglianza e i contributi realizzati da alcuni adolescenti.

La regista ha scelto di rappresentare gli agenti come presenze anonime e minacciose. Maschere, armi d’assalto e interventi nei quartieri diventano gli elementi di un racconto che assume anche i toni del film dell’orrore. L’obiettivo, ha spiegato Poitras, era mostrare la sensazione di vivere in una città occupata da una forza paramilitare che agisce senza apparenti conseguenze.

Il progetto è nato con un’urgenza precisa: il materiale raccolto chiedeva di essere diffuso rapidamente, mentre gli eventi erano ancora in corso. La regista ha detto che, questa volta, lei e Mueller non volevano aspettare i tempi abituali della lavorazione, ma rispondere subito alla situazione documentata.


I numeri dei rimpatri

Tra le persone coinvolte nel film c’è Nick Benson, un osservatore degli aerei che si recava ogni giorno all’aeroporto di Minneapolis. Annotava il numero dei passeggeri in attesa e quello delle persone imbarcate sui voli per i rimpatri, arrivando a conteggiare 5.000 deportazioni in catene.

I dati raccolti da Benson sono stati trasformati in una mappa dal giornalista dei dati Josh Begley. Per Poitras, quel lavoro serviva a rendere visibile la dimensione dei trasferimenti forzati e a sottrarre la violenza alla normalizzazione prodotta dalla ripetizione quotidiana delle immagini.

La regista ha ricordato anche l’azione di un gruppo di volontari in bicicletta. Secondo il suo racconto, la mobilitazione riuscì a mettere in difficoltà gli agenti e contribuì alla loro uscita dalla città, nonostante il bilancio dell’ICE superi i 70 miliardi di dollari.

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La risposta della comunità

Poitras non definisce necessariamente speranza ciò che ha visto a Minneapolis. Preferisce parlare di resistenza: cittadini armati soltanto dei loro telefoni cellulari hanno documentato gli interventi, condiviso informazioni e contrastato una presenza paramilitare attraverso una mobilitazione collettiva.

La regista ha però avvertito che l’ICE ha continuato le proprie attività. Ha citato l’uccisione di un uomo colpito sette volte l’8 ottobre a New York, mentre il figlio era accanto a lui in automobile, e la perquisizione della casa della deputata del Minnesota Ilhan Omar, nata a Mogadiscio e naturalizzata statunitense, per verificare la regolarità della sua naturalizzazione.

Poitras ha respinto l’idea che il pessimismo debba portare all’inazione. A suo giudizio, il rischio è convincersi che ogni iniziativa sia inutile e restare fermi, mentre la costruzione di legami tra residenti può produrre una risposta concreta.


Cinema e impegno civile

La regista ha ricordato di credere sia nel cinema sia nella resistenza. Per lei, un documentario può provare a rispondere alle domande sollevate dalla realtà che filma, senza trasformare necessariamente il lavoro in un’indagine sui meccanismi di reclutamento dell’ICE.

Il cortometraggio è una coproduzione europea sostenuta dal canale culturale Arte. Poitras ha definito significativo l’appoggio arrivato dall’Europa, mentre ha sottolineato che il film vuole essere utile anche oltre la sua proiezione: raccontare le radici della violenza e spiegare i legami tra episodi che si verificano in Paesi diversi.

Dopo l’esperienza berlinese maturata durante la lavorazione di Citizenfour, quando aveva lasciato gli Stati Uniti anche per le numerose perquisizioni subite negli aeroporti, Poitras ha detto di vivere oggi a New York. Alla domanda sulla possibilità che la comunità di Minneapolis diventi un modello, ha risposto indicando nella formazione di gruppi solidali e nel loro rafforzamento il percorso da seguire.

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