La videocamera di Pietro torna in Mustang: il film di Kasia Smutniak
Il documentario, nelle sale dal 23 novembre, ripercorre 23 anni di viaggi, lutto e rinascita attraverso gli occhi dell’attrice e la voce della figlia Sophie.
La vecchia videocamera di Pietro Taricone riemerge dopo oltre vent’anni e diventa il filo visivo di Mustang, il secondo documentario diretto da Kasia Smutniak. A prestare la voce al racconto è Sophie Taricone, che accompagna la madre in un viaggio tra immagini familiari, memoria e ritorni in Nepal.
Il film è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, dove Smutniak ha sfilato con la figlia. Sul tappeto rosso erano presenti anche Domenico Procacci, marito della regista e produttore dell’opera, e Kunzom Thakuri, la donna nepalese con cui l’attrice ha contribuito a costruire una scuola sull’Himalaya. Mustang arriverà nelle sale il 23 novembre.
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Sophie riapre il racconto di Pietro
L’origine del progetto risale al 2003, quando Kasia Smutniak e Pietro Taricone, legati da poco, partirono con uno zaino e una piccola videocamera verso il Mustang, regione del Nepal al confine con il Tibet. Quel territorio remoto, stretto tra le montagne dell’Himalaya, entrò così nella loro storia personale e divenne negli anni un luogo da ritrovare.
A cambiare la prospettiva del documentario è stata Sophie. Quando la ragazza, a 19 anni, si preparava ad affrontare da sola il suo primo viaggio in Mustang, chiese alla madre dove fosse la videocamera del padre. Quella domanda spinse Smutniak a capire quale direzione dare a un lavoro a cui pensava da tempo: la figlia avrebbe portato con sé lo stesso apparecchio usato da Pietro nel 2003, diventando la voce narrante del film.
«Un giorno i figli si alzano e sono grandi. Io me ne sono accorta quando ha deciso di compiere il primo viaggio in solitaria in Mustang, a 19 anni», ha raccontato Smutniak presentando il documentario. Attraverso Sophie, il viaggio assume anche lo sguardo di una nuova generazione, impegnata a ricostruire il rapporto con le proprie origini familiari.
Un lutto dentro 23 anni
La prima partenza fu suggerita da Taricone, morto nel giugno 2010 a 35 anni dopo un incidente di paracadutismo. Smutniak ha continuato a tornare in Nepal anche dopo la sua scomparsa, accompagnata in alcuni viaggi dalla figlia, mantenendo vivo il rapporto con una comunità conosciuta all’inizio della loro relazione.
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Mustang riunisce materiali diversi: i filmati amatoriali del viaggio iniziale, le immagini girate da Pietro con una videocamera MiniDV e le riprese più recenti. Il percorso arriva fino al 2025, quando la regista torna nella regione per osservare anche le difficoltà attraversate dalla scuola, alle prese con lo spopolamento e gli effetti dei cambiamenti climatici.
«Questo film per me, in qualche maniera, apre una porta, ma altrettanto la chiude. È un cerchio che si compie», ha spiegato l’attrice. La scelta di conservare l’immediatezza delle immagini più vecchie permette al documentario di mantenere intatto lo sguardo di quel periodo, senza rendere uniformi materiali nati in momenti differenti.
La scuola cerca un nuovo equilibrio
Nel film trova spazio anche la storia della Ghami Solar School, nata nel 2016 grazie alla collaborazione tra Smutniak e Kunzom Thakuri e al sostegno della Fondazione Pietro Taricone. La struttura accoglie oggi circa 80 bambini e consente agli abitanti più giovani della zona di studiare senza doversi separare dalle proprie famiglie.
La scuola rappresenta il legame concreto costruito dall’attrice con il Mustang, oltre il ricordo personale. Tuttavia, la struttura attraversa una fase delicata proprio a causa del progressivo abbandono della regione, un fenomeno che rende più difficile mantenere attiva la comunità.
Smutniak racconta quel luogo anche attraverso la vita quotidiana dei bambini e le tradizioni locali, mostrando una cultura distante dalle abitudini occidentali. Il documentario intreccia così il dolore privato con la conoscenza di una realtà collettiva, trasformando il ritorno in Nepal in una riflessione su amore, perdita, memoria e rinascita.
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