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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Giulia Cecchettin, il film che trasforma il dolore in responsabilità

Dal controllo nelle relazioni alla mobilitazione della famiglia: Se domani non torno porta sullo schermo la vicenda di Giulia e l’urgenza di cambiare cultura.

Il controllo può presentarsi come attenzione, richiesta d’affetto o bisogno di vicinanza, ma diventare gradualmente una gabbia. È questo uno dei nodi affrontati da Se domani non torno, il film dedicato a Giulia Cecchettin e al percorso con cui la sua famiglia ha trasformato una perdita privata in un impegno pubblico.

La psicoterapeuta Benedetta Bonato, volontaria della Fondazione Giulia Cecchettin e coautrice del manuale Non è amore se ti fa stare male – Capire, prevenire, intervenire: breve guida alle relazioni sane insieme a Piera Fresia, spiega che una relazione rispettosa deve permettere di rifiutare qualcosa senza generare paura o tensione. L’approccio EMDR, da lei praticato e riconosciuto dall’Oms, aiuta inoltre a comprendere il legame tra pensieri, emozioni e reazioni fisiche nelle esperienze traumatiche.

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Quando l’amore diventa controllo

Secondo Bonato, molte ragazze riconoscono i segnali di una relazione pericolosa: il monitoraggio del telefono, le restrizioni sull’abbigliamento, le offese rivolte a loro o ai familiari, l’invadenza nelle amicizie e nei progetti personali. Il problema, osserva, emerge spesso nel momento in cui bisogna sottrarsi concretamente a quel legame, perché la manipolazione può alterare la percezione di ciò che sta accadendo.

Tra gli strumenti usati dal partner dominante ci sono il silenzio imposto, le minacce, il ricatto emotivo e il gaslighting, cioè la spinta a dubitare dei propri ricordi e del proprio giudizio. In questo modo la persona viene isolata poco alla volta e può trovare sempre più difficile riconquistare autonomia, anche quando ha già individuato i comportamenti dannosi.


Il diario diventa una traccia

Nel film, una scena centrale prende spunto dalle 15 motivazioni che Giulia aveva annotato per spiegare a se stessa perché interrompere la relazione con Filippo Turetta. La sequenza è ambientata su un’altalena, mentre le sorelle condividono pensieri sul futuro, sugli studi e su un fidanzato descritto come insistente e soffocante.

Quelle annotazioni, rese pubbliche dalla famiglia, mostrano episodi legati alla gelosia, all’obbligo di aiutare nello studio, alla richiesta continua di messaggi e alla limitazione degli spazi personali. Non vengono presentate soltanto come elementi della vicenda individuale di Giulia, ma anche come campanelli d’allarme che altre persone possono imparare a riconoscere.

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Un film per non rassegnarsi

Paola Randi, che ha scritto la sceneggiatura con Lisa Nur Sultan, dirige l’opera per Notorious Pictures. Se domani non torno arriverà nelle sale il 5 novembre e racconterà la scomparsa di Giulia, le ricerche, il ritrovamento e il dolore seguito alla sua morte, attraverso lo sguardo della famiglia.

Filippo Timi interpreta Gino Cecchettin, mentre il film restituisce rilievo anche al ruolo di Elena, Giulia e Davide. La regista ha spiegato di aver voluto rappresentare una famiglia ordinaria, nella quale persone di età diverse possano riconoscersi e interrogarsi sulle conseguenze di un’assenza improvvisa.


Dal lutto alla responsabilità collettiva

Durante i funerali, Gino Cecchettin si rivolse agli uomini chiedendo loro di diventare parte del cambiamento contro la violenza di genere: «Mi rivolgo agli uomini, perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere».

Elena accompagnò quel momento con un appello rimasto impresso nella memoria pubblica: «Per Giulia vi chiedo: non fate un minuto di silenzio. Per Giulia fate rumore, bruciate tutto». Campanelli e chiavi agitate dalla folla trasformarono così il rito funebre in un gesto collettivo, lontano dalla sola compostezza del cordoglio.

Il progetto cinematografico nasce dopo il libro-testimonianza Cara Giulia, scritto da Gino Cecchettin e pubblicato da Bur, e si inserisce nelle attività della fondazione intitolata alla figlia. La vicenda di Giulia, uscita di casa l’11 novembre 2023 e mai rientrata, continua a essere raccontata come una richiesta di consapevolezza: riconoscere la violenza, interrompere la cultura del possesso e assumere una responsabilità che riguarda l’intera comunità.

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