Dormire non basta: i segnali da non ignorare e gli errori più comuni
L’ora solare offre un’occasione in più a letto, ma non cancella la stanchezza accumulata né corregge abitudini che alterano il ritmo biologico.
Parlare di sonno con un medico non è ancora un’abitudine diffusa: lo ha fatto appena il 24% degli intervistati, mentre il 16% vorrebbe affrontare il tema e il 10% non saprebbe a quale professionista rivolgersi. Anche tra chi si alza già stanco, soltanto il 32% ha chiesto un parere sanitario. La quota scende al 15% tra gli under 35, contro il 26% degli over 65; nella fascia 35-44 anni, inoltre, il 18% non sa a chi rivolgersi, rispetto al 6% degli over 65.
La stanchezza persistente non riguarda soltanto la sensazione di avere dormito poco. Calo dell’attenzione, tempi di reazione più lunghi, difficoltà a concentrarsi, irritabilità e sonnolenza davanti allo schermo possono indicare che il riposo non è davvero efficace. Anche svegliarsi senza energie o impiegare molto tempo per sentirsi attivi merita attenzione quando il problema diventa abituale.
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Quando la stanchezza merita una verifica
Le differenze generazionali sono marcate. Il 60% delle persone tra 18 e 34 anni e il 61% di quelle tra 35 e 44 anni dichiara di svegliarsi poco o per nulla riposato, mentre tra gli over 65 la percentuale è del 31%. Il dato non dipende soltanto dalla durata: il 38% degli under 35 riferisce di dormire oltre 7 ore, contro il 26% degli over 65.
Anche tra uomini e donne la percezione del riposo non coincide. La quota di chi dorme meno di 6 ore è identica, pari al 29%, ma le donne che si alzano poco o per niente riposate sono il 47%, rispetto al 36% degli uomini. Vincenzo Tullo, neurologo esperto di medicina del sonno di Doctolib, invita a distinguere una difficoltà occasionale da un disturbo continuativo: «Nell’insonnia cronica, le difficoltà ad addormentarsi, a mantenere il sonno o i risvegli precoci si accompagnano a conseguenze durante il giorno e si presentano almeno tre notti alla settimana per almeno tre mesi».
Le abitudini che alimentano il problema
Per recuperare le energie si ricorre spesso a rimedi rapidi, ma alcuni possono peggiorare la situazione. La caffeina, per esempio, può restare attiva per diverse ore: per un caffè normale è prudente considerare un intervallo di circa 8-9 ore prima di andare a letto. Un riposino breve nelle prime ore del pomeriggio può aiutare, mentre uno troppo lungo o spostato in avanti rischia di rendere più difficile l’addormentamento serale.
Gli schermi occupano un posto centrale nella routine notturna. Il 59% delle persone coinvolte nell’indagine guarda serie o programmi televisivi prima di dormire, mentre il 49% usa il telefono per social network, video o conversazioni. Legge soltanto il 19% e il 3% svolge attività lavorative o controlla la posta professionale. Tra chi utilizza il telefono, il 18% lo fa per più di un’ora e il 14% continua fino a prendere sonno; solo il 25% interrompe entro 15 minuti.
Notifiche, contenuti coinvolgenti e attività professionali fuori orario possono mantenere attivo il cervello proprio quando dovrebbe rallentare. Il 62% di chi usa il telefono fino ad addormentarsi riferisce un risveglio poco o per nulla ristoratore, contro il 45% di chi lo utilizza per meno di 15 minuti. Si tratta di una correlazione, non della dimostrazione di un rapporto diretto di causa ed effetto. L’abitudine è comunque più diffusa tra i 18-34enni, con il 76%, rispetto al 31% degli over 65; tra gli utenti under 35, il 46% supera un’ora o resta con il dispositivo fino al sonno, contro il 28% degli over 65.
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Il ritmo biologico non segue sempre la sveglia
A tenere sveglie le persone non c’è soltanto la luce degli schermi. Pensieri, preoccupazioni, ansia e stress sono indicati dal 41% degli intervistati come principale ostacolo al sonno; molto più distante compare il bisogno di alzarsi per andare in bagno, segnalato dal 9%. Il risultato è una condizione in cui il corpo appare esausto, ma la mente resta attiva e riporta a galla ciò che durante il giorno è rimasto in sospeso.
Il nostro organismo regola il sonno attraverso ritmi circadiani sincronizzati soprattutto dalla luce. L’esposizione mattutina tende ad anticipare l’orologio interno, mentre quella serale può spostarlo più avanti. Chi ha un cronotipo serale può quindi trovarsi in difficoltà davanti a sveglie molto anticipate, soprattutto se gli impegni impongono orari rigidi.
L’indagine Doctolib, svolta tra il 7 e il 12 ottobre 2026 su 3.000 italiani maggiorenni, mostra che il 32% dorme più a lungo nel fine settimana per recuperare: il 22% aggiunge un’ora e il 10% almeno due. Questo allungamento può modificare ulteriormente il ritmo e rendere più faticoso il ritorno alla routine del lunedì. «Il nodo non è il weekend dello spostamento, ma il disallineamento cronico tra l’ora dell’orologio e quella biologica», ha spiegato Tullo.
La stessa difficoltà può emergere con il ritorno all’ora solare. Nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre le lancette arretreranno di un’ora, lasciando teoricamente più tempo per dormire. Tuttavia, il cambiamento non può eliminare settimane o mesi di riposo insufficiente: per alcuni giorni il corpo potrebbe avere bisogno di adattarsi e sonno, risveglio e impegni quotidiani non coincideranno perfettamente.
Russamento intenso associato a pause respiratorie, risvegli con la sensazione di soffocare e forte sonnolenza diurna sono segnali da sottoporre a valutazione medica, perché possono indicare un sonno frammentato da un disturbo non ancora riconosciuto. L’ora in più, da sola, non risolve quindi il problema: la regolarità degli orari, l’esposizione alla luce e le abitudini serali restano elementi decisivi per capire se il riposo è davvero sufficiente.
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