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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

Brasile, sci e identità: la sfida di Lucas oltre il podio

A Trento il campione olimpico racconta il percorso tra Oslo, San Paolo e Milano, spiegando perché la diversità è diventata la sua forza

L’Italia potrebbe diventare la sua prossima bandiera? Lucas Pinheiro Braathen sorride e liquida l’ipotesi con una battuta: «L’ho già fatto una volta, è sufficiente…». Dopo aver gareggiato per la Norvegia e aver poi scelto il Brasile, il campione olimpico sembra avere già trovato il modo di appartenere a più mondi senza lasciarsi definire da uno solo.


La lezione di Tomba e il coraggio

A Trento, durante il Festival dello Sport, il brasiliano ha parlato anche di Alberto Tomba, indicandolo come uno degli atleti capaci di cambiare il volto dello sci. Il campione italiano, secondo Braathen, non si limitò a vincere: rese possibile un modo nuovo di vivere quello sport e aprì spazio a comunità che prima non si sentivano rappresentate.

Il suo riferimento comprende anche Bode Miller e Lindsey Vonn, altri protagonisti che hanno messo in discussione una disciplina molto legata alla tradizione. Da qui il messaggio rivolto ai più giovani: «Guardatevi dentro, sentite qual è il sole che vi riscalda, al di là di quello che gli altri si aspettano da voi». Per Braathen, il futuro non è un traguardo da inseguire in astratto, ma il risultato delle scelte compiute ogni giorno.


Un’identità senza confini

La risposta sull’Italia arriva al termine di un racconto che attraversa tre Paesi e molte passioni. Nato a Oslo da padre norvegese e madre brasiliana, Lucas da bambino trascorreva il tempo giocando a calcio a San Paolo. Sul campo, tra cugini e bambini del quartiere, il suo aspetto e il suo accento non costituivano un ostacolo: contava soltanto partecipare alla partita.

La neve, invece, non lo attirava affatto. Da piccolo detestava il freddo, gli scarponi e gli abiti pesanti; il suo primo sogno era diventare il nuovo Ronaldinho. A nove anni seguì il padre in montagna più per condividere un’esperienza con lui che per passione personale. L’incontro con altri bambini provenienti da luoghi diversi gli fece però ritrovare sulla neve la stessa familiarità del campo da calcio. Oggi dice che il suo cuore appartiene alle montagne.

La doppia origine resta il centro della sua personalità. Anche la moda e i progetti creativi fanno parte del percorso: Pinheiro Braathen ha partecipato a Vogue World a Milano ed è legato a Moncler. La città lombarda, ha spiegato, gli ha permesso di conoscere amici italiani tra artisti, fotografi e progettisti d’interni, oltre a offrirgli occasioni lontane dalle gare.


Il ritiro che ha cambiato tutto

Prima dell’oro olimpico, però, c’è stata una frattura. Cresciuto nelle strutture norvegesi e arrivato ai massimi livelli, nel 2023 Lucas decise di interrompere l’attività agonistica. Il sistema in cui si era formato non gli consentiva più di stare bene e il successo, da solo, non bastava a dargli una direzione.

La coppa conquistata nella specialità dello slalom speciale è rimasta nel garage del padre. Quel trofeo, ha raccontato, non rappresentava più ciò che cercava: il passaggio dalla vittoria al ritiro fu il periodo più duro della sua vita, perché dovette capire se stesse sciando per obiettivi propri o per soddisfare aspettative altrui.

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Un anno più tardi tornò alle competizioni sotto la bandiera brasiliana. La scelta gli consentì di ricominciare senza rinunciare alla parte norvegese della sua storia. Il contrasto fra le due culture, ha osservato, è proprio ciò che ha contribuito a formare la persona e l’atleta che è diventato.


Dalle lacrime alla medaglia

Il ritorno ha raggiunto il punto più alto ai Giochi di Milano Cortina 2026, quando Braathen ha ottenuto l’oro nello slalom gigante. È stato il primo brasiliano a conquistare un titolo olimpico nello sci e il primo atleta del Sud America a regalare una medaglia ai Giochi invernali.

Quel successo è arrivato il giorno di San Valentino, con il pettorale numero 1, una coincidenza che ha richiamato l’impresa di Alberto Tomba a Calgary. Il podio, tuttavia, non è stato vissuto soltanto come una ricompensa personale. Braathen ha spiegato di essersi sentito, in quel momento, come il Cristo Redentore di Rio: simbolo di un Paese e di milioni di persone, non semplicemente vincitore di una gara.

Nel ricordo di quella giornata entra anche Atle Lie McGrath, compagno di percorso fin dalle giovanili e avversario nella stessa edizione olimpica. Dopo aver perso la gara, lo slalomista norvegese si era allontanato nei boschi per piangere. Braathen ha definito le loro storie come due lati inseparabili dello sport: la gioia e il dolore, la luce e l’ombra.


Mostrarsi senza chiedere permesso

La fidanzata Isadora Cruz, attrice e modella, lo ha aiutato per sei mesi a imparare l’inno brasiliano. A Trento, quando il brano è stato eseguito con l’organo della sala filarmonica, il campione si è commosso ancora una volta. Quel pianto ha riaperto il legame con il percorso che lo ha portato dalla Norvegia al Brasile.

Braathen sostiene di aver iniziato a fare sport anche per allontanarsi da ciò che lo rendeva insicuro. Col tempo, però, ha trasformato quella fragilità in una forma di libertà: unghie sempre diverse, abiti, collaborazioni e interessi non sono accessori costruiti per comunicare un personaggio, ma modi con cui rivendica la propria identità.

«Ho cercato di mostrare sempre le mie differenze per permettere ad altri delle prossime generazioni di fare lo stesso», ha detto parlando dell’oro olimpico. Il suo obiettivo, oggi, non è convincere tutti né inseguire soltanto trofei: vuole dimostrare che anche nello sport di vertice si può cercare la felicità restando fedeli a se stessi.

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