Spesa, il conto non è finito: perché il cibo costerà ancora di più
Gli aumenti alimentari accumulati negli ultimi anni pesano sui bilanci familiari e potrebbero proseguire fino al 2027, soprattutto per energia e clima.
Il problema non è soltanto quanto costa oggi riempire il carrello, ma quanto potrebbe aumentare ancora quella spesa nei prossimi mesi. Le stime della Banca centrale europea indicano infatti una crescita dei prezzi alimentari che potrebbe arrivare al 3,4% nel terzo trimestre del 2027, mentre gli effetti della crisi energetica e del clima sui raccolti devono ancora trasferirsi completamente sugli scaffali.
Basta una breve visita al supermercato per rendersi conto della pressione sui bilanci. Si entra per comprare poche cose, magari due uova e un’insalata, si aggiungono alcuni prodotti indispensabili e alla fine il totale appare sproporzionato rispetto al contenuto del carrello. Per molte famiglie, però, il problema è ancora più grave: i soldi disponibili sono contati e anche una piccola variazione può costringere a rinunciare a qualcosa.
GioiaPura
-15% su tutto da GioiaPura
Il conto reale supera le statistiche
Il dato sull’inflazione generale non restituisce sempre la sensazione avuta davanti alla cassa. A settembre, l’aumento complessivo dei prezzi è passato dal 3,3% di agosto al 4,2%, soprattutto per effetto dei beni energetici, cresciuti dal 17,1% al 22,6%. Nello stesso periodo, il comparto alimentare ha accelerato dall’1% all’1,7%, mentre i prodotti non lavorati sono passati dal 3,8% al 5,5%.
Anche il cosiddetto carrello della spesa ha registrato un incremento, dallo 0,9% all’1,5%. Percentuali apparentemente contenute, se osservate su un singolo mese, ma molto diverse quando vengono sommate nel tempo. Nei quattro anni considerati a inizio anno, infatti, i prezzi degli alimentari risultavano più alti del 24,9%: quasi un quarto in più rispetto al passato.
La distanza tra i numeri ufficiali e la percezione quotidiana dipende anche dalla frequenza con cui si acquistano i beni essenziali. Pane, pasta, latte, frutta e verdura entrano continuamente nelle spese familiari, quindi ogni rincaro viene notato e si ripete settimana dopo settimana.
Energia e clima devono ancora pesare
Il rallentamento registrato a livello europeo non significa che i prezzi siano tornati indietro. In alcuni casi sono semplicemente aumentati più lentamente, sostenuti da raccolti considerati finora soddisfacenti, soprattutto per cereali e semi, e dalla diminuzione delle quotazioni internazionali di prodotti come caffè, tè, cioccolato e zucchero.
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Questa tregua potrebbe però essere temporanea. Gli shock energetici si propagano lungo la filiera con ritardo: prima incidono sulla produzione, poi sui trasporti, sui fertilizzanti, sulle confezioni e sulla lavorazione. Solo dopo diversi mesi il peso complessivo arriva al prezzo pagato dal consumatore.
Lo stesso meccanismo riguarda le conseguenze dell’estate molto calda e siccitosa. I danni sui raccolti e sulle disponibilità future non si riflettono necessariamente subito nei negozi, ma potrebbero emergere a partire dal prossimo anno. A questi fattori si aggiungono le tensioni internazionali e l’aumento dei costi legato all’energia, con conseguenze su tutta la catena di approvvigionamento.
Quando l’inflazione diventa povertà
Il rincaro del cibo pesa in modo diseguale. Chi dispone di redditi bassi destina una quota maggiore delle proprie entrate ai beni indispensabili e non può ridurre facilmente gli acquisti: mangiare resta una necessità, anche quando il bilancio familiare si restringe.
Per questo l’inflazione alimentare finisce per colpire maggiormente proprio chi ha meno risorse. I salari, in molti Paesi europei e in modo particolarmente evidente in Italia, non hanno seguito con la stessa intensità l’aumento dei prezzi. Il risultato è una perdita concreta di potere d’acquisto, anche quando le percentuali mensili sembrano moderate.
In questo quadro, le difficoltà di rifornimento e le proteste sociali rappresentano soprattutto il segnale di un disagio più ampio. Gli scaffali vuoti, così come le tensioni nelle strade, possono rientrare; la questione decisiva resterà il prezzo esposto quando i prodotti torneranno disponibili. È lì che si misura il costo più duraturo della crisi.
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