Mele friulane, il patrimonio salvato dall’oblio: le varietà da riscoprire
Dalla mela Matiana celebrata nell’antichità alle cultivar della Carnia, un viaggio tra storia, biodiversità e recupero dei frutti tradizionali del Friuli Venezia Giulia.
Per secoli sono cresciute nei frutteti familiari, ai margini dei campi e vicino alle abitazioni, adattandosi a climi e terreni molto diversi. Poi l’abbandono della frutticoltura domestica ha rischiato di cancellare molte mele tradizionali del Friuli Venezia Giulia, oggi nuovamente al centro dell’attenzione di agronomi, vivai, piccoli produttori e associazioni.
Un patrimonio agricolo tornato visibile
Le antiche cultivar locali nascono da una selezione compiuta nel tempo dagli agricoltori, che sceglievano le piante più adatte alle singole zone collinari e montane. Alcune varietà erano originarie del territorio; altre arrivarono con gli emigranti friulani, rientrati dall’estero con semi o marze ritenuti interessanti per la resa.
I loro nomi raccontano spesso l’aspetto del frutto, il colore, il sapore, il luogo di provenienza oppure la persona che per prima ne aveva diffuso la coltivazione. In genere queste mele hanno dimensioni contenute, aromi marcati, buona resistenza e una capacità di conservazione superiore a quella di molte varietà moderne. La maturazione può proseguire tra settembre e novembre e, conservati in cantina o nei granai, i frutti diventavano gradualmente più dolci.
Il recupero è stato favorito da iniziative dedicate alla biodiversità agricola, tra cui il Presidio Slow Food delle “Antiche mele dell’Alto Friuli”. Le principali aree di produzione sono la Carnia e le Valli del Natisone. Nel complesso, la coltivazione regionale occupa circa 400 ettari, distribuiti soprattutto tra il Maniaghese, lo Spilimberghese e la provincia di Udine.
Una storia cominciata con Aquileia
Le tracce della melicoltura friulana risalgono a oltre duemila anni fa. La fondazione di Aquileia nel 181 a.C. segnò una profonda trasformazione dell’entroterra, interessato da disboscamenti, opere di bonifica e nuove coltivazioni: tra queste anche quella del melo.
Autori antichi come Ateneo, Erodiano di Siria, Columella, Macrobio Teodosio e Caio Svetonio Tranquillo ricordano la Matiana, una varietà particolarmente apprezzata anche a Roma. Secondo alcuni studiosi, la sua area di coltivazione poteva trovarsi nell’attuale Collio e nelle Valli del Judrio e dell’Isonzo.
A ricostruire la diffusione delle mele contribuiscono anche i contratti agrari, le parole della lingua friulana, la letteratura locale, gli affreschi dei secoli XV e XVI e le immagini quattrocentesche. Nel 1450 Maestro Martino da Como, cuoco dei Patriarchi di Aquileia, mise a punto le frittelle di mele, una preparazione destinata a entrare nella tradizione gastronomica regionale.
Tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento la coltivazione conobbe una notevole espansione nelle zone collinari e montane. Tra la fine dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale le mele friulane venivano esportate in Austria e in altre aree dell’Europa settentrionale, oltre che in Egitto e negli Stati Uniti. Nel secondo dopoguerra, invece, i cambiamenti sociali ed economici e la progressiva scomparsa dei frutteti familiari misero in pericolo numerose varietà.
La Carnia conserva le mele più rustiche
Nel 2003 Peter Larcher promosse la costituzione dell’Associazione per la Certificazione D.O.P. della mela del Friuli Venezia Giulia. Il progetto raccolse l’adesione di circa cinquanta produttori e il sostegno di tre associazioni, ma non arrivò all’assegnazione del marchio.
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La Carnia, nel nord-ovest regionale, offre condizioni particolarmente adatte alle mele resistenti: gli inverni sono rigidi e le escursioni termiche importanti. Le varietà qui conservate mostrano caratteristiche diverse, ma condividono spesso rusticità, profumi intensi e una buona attitudine alla conservazione.
La Striata dolce, probabilmente originaria dell’Ungheria, arrivò in Italia all’inizio del Novecento e fu piantata in Carnia negli anni Quaranta. Ha buccia giallo-verde con striature rosse o arancioni, polpa bianca e croccante e una succosità contenuta. È stata studiata anche per la notevole resistenza alla ticchiolatura.
La Gialla di Priuso prende il nome dalla località carnica in cui veniva coltivata. Il frutto è oblungo, con buccia dorata e polpa bianca dal gusto acidulo. Corrisponde alla varietà nota come Belfiore giallo, arrivata dagli Stati Uniti e conosciuta in Europa con denominazioni differenti; dopo la conservazione invernale assumeva un colore giallo più intenso.
La Rossa invernale si riconosce per la buccia rosso scuro, quasi vinosa, la forma appiattita e una dolcezza delicata. La Ruggine di Enemonzo appartiene invece al gruppo delle mele ruggini ed è la stessa cultivar della Belle de Boskoop, originaria dei Paesi Bassi e diffusa in Europa dalla metà dell’Ottocento. La sua polpa soda si presta bene alla cottura.
Alla famiglia delle ruggini appartiene anche la Rusin Doràt, gialla con zone marrone-ruggine e superficie ruvida. La polpa, asciutta e farinosa, ha un gusto dolce e secco, particolarmente adatto alla preparazione dei dolci.
La Mela di Corone ha forma allungata e conica, buccia gialla con ampie sfumature rosse e polpa soda, croccante e succosa. Resiste alla ticchiolatura, conserva le proprie qualità per circa quattro mesi ed è consumata soprattutto fresca. La Chei di rose, più piccola e rotonda, offre invece una polpa croccante e molto succosa, con sapore dolce e intenso.
La Naranzinis presenta una produttività elevata ma alterna. I frutti sono grandi, rotondi, gialli e talvolta sfumati di rosa o rosso; la polpa croccante combina dolcezza, acidità e un aroma deciso. È adatta sia al consumo fresco sia alle preparazioni dolciarie.
Completano il quadro la Blancon, dalla forma conica e dalla buccia gialla, lucida e cerosa, e la Marc Panara, riconoscibile per le dimensioni generose e la polpa soda color crema. Nel loro insieme, queste mele rappresentano una riserva di biodiversità legata ai paesaggi e alla memoria agricola del Friuli.
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