Parigi sotto pressione: perché i bond francesi spaventano i mercati
Debito in aumento, crescita fragile e rischio politico rendono più difficile collocare i 340 miliardi di nuovi titoli previsti nel prossimo anno
La Francia si prepara ad affrontare un passaggio delicato sui mercati obbligazionari: nel prossimo anno dovrà collocare 340 miliardi di euro di debito lordo, mentre la fiducia degli investitori risente dell’instabilità politica, della crescita ridotta e dell’aumento del costo del finanziamento. A fine settembre, gli operatori stranieri detenevano il 59,7% dei titoli negoziabili francesi.
Il quadro si è aggravato con l’attesa revisione del giudizio sovrano da parte di Moody’s, che potrebbe portare il rating da Aa3 ad A1. Il taglio è già stato in buona parte incorporato nei prezzi, ma non ha impedito alla distanza tra titoli francesi e Bund tedeschi di salire a 177 punti base, un livello che non si vedeva dal 2011.
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Il debito francese è il nuovo focolaio
A rendere vulnerabile la Francia è soprattutto la combinazione tra dimensioni del debito e prospettive economiche. Sul mercato circolano oggi circa 2.900 miliardi di euro di titoli di Stato, dei quali 2.700 miliardi con scadenza lunga e 200 miliardi con durata breve: nel 2016, anno dell’arrivo di Emmanuel Macron all’Eliseo, il totale era fermo a 1.650 miliardi.
La crescita prevista per l’anno in corso si aggira intorno allo 0,5%, mentre l’obiettivo dell’1% per il 2027 appare legato a un rilancio della competitività e a riforme incisive. Sul versante dei conti pubblici, il rapporto tra debito e prodotto interno lordo potrebbe avvicinarsi al 120%, contro circa il 70% del 2011; il disavanzo è stimato al 5,3% quest’anno e potrebbe restare vicino al 5% nel 2027. A completare il quadro c’è un deficit commerciale superiore a 70 miliardi di euro.
Rendimenti e rating accendono l’allarme
Il rendimento del decennale francese è arrivato al 5,142%, il valore più elevato dal 2002. Anche il movimento sui titoli biennali ha destato preoccupazione: il segnale indica che gli investitori non stanno valutando soltanto un problema di lungo periodo, ma chiedono un premio maggiore già sulle scadenze ravvicinate.
La Francia dispone già di un rating A+ assegnato da S&P nell’ottobre 2025 e da Fitch nel settembre dello stesso anno. Le prossime valutazioni delle due agenzie potrebbero iniziare con un peggioramento dell’outlook, da stabile a negativo, prima di eventuali ulteriori declassamenti. Gli economisti di JP Morgan considerano possibile un percorso verso la fascia alta della tripla B, dove attualmente si colloca l’Italia.
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La tenuta del debito pubblico non è considerata oggi compromessa, ma lo scenario potrebbe cambiare con un deterioramento ulteriore. La durata media dei titoli, pari a 8 anni e 158 giorni, ritarda l’impatto dell’aumento dei tassi sui conti dello Stato, senza però eliminarlo.
Elezioni e Bce pesano sul futuro
Tra i rischi indicati dagli investitori c’è anche l’incertezza legata alle prossime presidenziali. Un’eventuale vittoria di Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, aprirebbe una fase senza precedenti. Se il partito non ottenesse la maggioranza all’Assemblea nazionale, l’approvazione di riforme e misure per il risanamento dei conti potrebbe subire una lunga paralisi.
Le Pen ha promesso un risparmio netto di 140 miliardi entro il 2032. La questione centrale, per i mercati, sarebbe verificare la possibilità concreta di trasformare quell’obiettivo in misure attuabili, soprattutto in presenza di un Parlamento privo di una maggioranza stabile.
Nel frattempo, la Banca centrale europea sta riducendo il proprio bilancio. Il valore dei titoli francesi acquistati attraverso il programma PSPP, eredità del precedente piano di acquisti, è passato da 400 miliardi di euro nel dicembre 2025 a 360 miliardi nel settembre successivo.
Il calendario delle nuove emissioni resta tuttavia contenuto fino alla fine dell’anno. A settembre il Tesoro aveva già collocato 260 dei 300 miliardi previsti dal programma netto, pari all’84%. Le banche e le assicurazioni francesi, ben capitalizzate, potrebbero inoltre assorbire parte delle vendite: detengono rispettivamente il 10,5% e il 9,2% dei titoli pubblici nazionali. Resta infine disponibile, almeno per ora, lo strumento TPI della Bce, pensato per contrastare tensioni ingiustificate sui mercati.
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