Neet, il calo non basta: 1,2 milioni restano fuori da studio e lavoro
La quota dei giovani Neet è scesa al 13,3% nel 2025, ma il fenomeno continua a pesare sull’Italia per 24 miliardi di euro ogni anno.
Il 31,7% dei giovani Neet non cerca un impiego e non è disponibile a iniziarlo. In questo gruppo, dove le donne sono la maggioranza, oltre metà è rappresentata da madri impegnate nell’assistenza ai figli o ad altri familiari. La definizione statistica, però, raccoglie situazioni molto diverse: dal lavoro domestico alla cura di una persona cara, passando per occupazioni saltuarie e ricerche di impiego condotte fuori dai canali ufficiali.
Un altro 33,3% sarebbe disposto a lavorare, ma non si muove con continuità nella ricerca oppure non può cominciare nell’immediato. Il 35% risulta invece senza occupazione e in cerca di lavoro. Il quadro emerge da uno studio dedicato alle cause e alle diverse forme del fenomeno, che individua sei percorsi distinti tra loro.
Sei percorsi dentro lo stesso fenomeno
La ricerca distingue innanzitutto i ragazzi con istruzione limitata e scarse disponibilità familiari, più esposti al rischio di esclusione. Tra i profili individuati figurano anche i laureati che puntano a un impiego in linea con la propria preparazione, gli studenti che hanno lasciato il percorso formativo e le persone scoraggiate dopo tentativi senza esito.
Completano la classificazione chi alterna lavoro irregolare o precario, ottenendo un’autonomia soltanto parziale, e le donne che restano lontane dall’occupazione per compiti di cura. Questa articolazione mostra come la condizione di Neet non coincida automaticamente con la povertà: spesso comprende perdita di fiducia, difficoltà nel decidere e la percezione di non riuscire a rimettere in moto il proprio percorso.
Il miglioramento non cancella l’emergenza
Nel 2025 i giovani tra 15 e 29 anni in questa situazione erano 1,2 milioni, pari al 13,3% della fascia d’età. Il dato è molto più basso rispetto al 25,7% registrato nel 2015 e segna un ulteriore passo avanti sul 15,3% del 2024. Nonostante la riduzione, l’Italia resta tra i Paesi europei con la presenza più elevata di giovani fuori da formazione e occupazione.
Secondo Eurofound, il costo per la collettività raggiunge 24 miliardi di euro, considerando la produzione mancata e la maggiore spesa per il welfare. L’incidenza varia anche in base all’età: avvicinandosi ai 30 anni diventa più difficile recuperare un’interruzione degli studi, un primo impiego fallito o una ricerca di lavoro prolungata.
Donne e titoli non proteggono del tutto
Nel 2025 la percentuale è stata del 14,9% tra le giovani donne e dell’11,8% tra i coetanei uomini. La distanza tende ad aumentare con l’età e si collega soprattutto alle responsabilità familiari. Il titolo di studio non mette comunque al riparo: il 15% dei Neet è diplomato, il 12% possiede la licenza media e l’11,1% ha una laurea.
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Il fenomeno assume una forma particolare anche in base al territorio. Nell’Unione europea il valore più alto riguarda le zone rurali, con il 12,2% nel 2025, mentre le grandi città si fermano al 10,3%. In Italia, al contrario, sono i centri urbani maggiori a raggiungere il 14,2%, davanti alle aree rurali al 12,9% e alle periferie al 12,8%.
Famiglia e ambiente possono aggravare il rischio
Le condizioni di partenza incidono in modo rilevante. Un reddito familiare basso aumenta la probabilità di entrare nella categoria; la disoccupazione dei genitori la fa crescere del 17%, mentre un livello d’istruzione genitoriale ridotto può raddoppiarla. Anche la separazione dei genitori è associata a un incremento del 30%.
Tra i giovani che vivono ancora con la famiglia, circa uno su due ha genitori con un’istruzione non superiore alla licenza media e soltanto il 10% può contare su almeno un genitore laureato. In più della metà dei casi almeno un genitore lavora in una mansione non qualificata; quasi tre ragazzi su dieci, invece, abitano in nuclei nei quali nessun genitore ha un impiego.
La ricerca è stata realizzata dagli studenti della Scuola di giornalismo Walter Tobagi attraverso colloqui qualitativi e l’esame di dati provenienti, tra gli altri, da Istat, Eurostat, Inapp e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. I risultati sono stati presentati a Milano da Intesa Sanpaolo, Fondazione Cariplo e dalla stessa scuola, in un incontro ospitato nella sede Gioia 22.
Andrea Forghieri, Executive Director Intesa Sanpaolo per il Sociale, ha sottolineato che affrontare il problema significa lavorare sulle competenze, ma anche ricostruire fiducia e capacità di progettare il futuro. Nel programma “Giovani e Lavoro”, ha ricordato, circa 6.000 ragazzi hanno ricevuto una formazione e l’80% ha poi raggiunto un’occupazione stabile.
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