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Economia 4 min di lettura1 ora fa

Mercati sotto pressione: il debito riaccende l’allarme globale

Petrolio oltre 101 dollari e rendimenti in crescita spingono al ribasso azioni, titoli di Stato ed euro, mentre il Fmi avverte i governi sui rischi dei conti pubblici

Milano è stata la peggiore tra le principali Borse europee, con una flessione del 2,51%, mentre Francoforte ha perso l’1,35% e Parigi l’1,22%. Anche a New York l’indice S&P 500 ha lasciato sul terreno l’1,44%. A Piazza Affari la pressione ha colpito soprattutto le banche, esposte al debito pubblico italiano, e i titoli tecnologici: Unicredit è arretrata del 4,18%, Intesa del 4%, Prysmian del 4,68% e Stm del 4,07%.


L’euro paga il conto politico

Sul mercato valutario la moneta unica è scesa sotto quota 1,12 dollari, avvicinandosi ai livelli minimi degli ultimi due anni. Gli operatori temono che le tensioni politiche francesi possano trasmettersi al resto dell’area euro, proprio mentre i conti pubblici dei principali Paesi restano sotto osservazione.

Il problema riguarda anche la Banca centrale europea. Se le difficoltà dei governi dovessero aggravarsi, l’istituto potrebbe essere chiamato a sostenere i mercati con nuova liquidità, come accaduto durante la crisi finanziaria e la pandemia. Tuttavia, l’inflazione legata all’energia richiederebbe una politica opposta, rendendo particolarmente complesso ogni intervento.


Il petrolio riaccende l’inflazione

A spingere nuovamente verso il basso gli investimenti più rischiosi è stato soprattutto il petrolio. L’assenza di segnali concreti su una possibile tregua nel conflitto con l’Iran ha fatto risalire il Brent oltre i 101 dollari al barile, non lontano dai valori più elevati dal 2022.

L’aumento dell’energia alimenta il timore di una nuova fiammata inflazionistica. Di conseguenza, gli investitori chiedono rendimenti maggiori per acquistare obbligazioni pubbliche, dagli Stati Uniti al Giappone fino all’Europa. La direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha avvertito a Singapore che i rendimenti nelle principali economie stanno raggiungendo livelli mai visti da diversi anni.


Il debito Usa resta il detonatore

Il punto di maggiore fragilità continua a essere il mercato statunitense. Il debito degli Stati Uniti si avvicina a 40.000 miliardi di dollari e il rendimento del decennale è salito al 5,72%, il livello più alto dal 2002. La reazione degli investitori è arrivata anche dopo l’invito del segretario al Tesoro Scott Bessent a sfidare le loro previsioni.

Le vendite sui titoli americani hanno avuto ripercussioni immediate sui mercati globali. In Europa, il differenziale tra i titoli francesi e quelli tedeschi è tornato a 139 punti base, vicino al picco di 159 raggiunto la scorsa settimana, il valore più elevato dalla crisi del debito del 2010-2012.

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Governi stretti tra debito e consenso

La Francia deve fare i conti con un disavanzo elevato e con la necessità di una correzione dei bilanci, mentre decine di migliaia di persone chiedono misure di segno opposto. Il governatore della Banca di Francia ha inoltre denunciato intimidazioni definite «in stile Trump», dopo essere stato accusato di «tradimento» dalla sinistra di Jean-Luc Mélenchon per avere segnalato i rischi finanziari del Paese.

Anche l’Italia rimane esposta, sebbene non sia più il principale osservato speciale. Lo spread si è portato a 115 punti base e il rendimento del Btp decennale è arrivato al 4,62%, a 40 centesimi dalla soglia del 5%, che rappresenterebbe il massimo dalla grande crisi finanziaria. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha parlato di «grande ansia e preoccupazione» e ha indicato nella prudenza il criterio guida per la prossima manovra, in un Paese che conserva il debito pubblico più alto d’Europa.

La situazione appare ancora più tesa nel Regno Unito, dove il rendimento del Gilt trentennale ha raggiunto il 6,04%, massimo da 28 anni. Secondo Georgieva, il quadro richiederà ai governi «scelte politiche molto dure», ma negli Stati Uniti e in Europa la prospettiva di elezioni e la pressione dei partiti rendono difficile una stretta di bilancio incisiva.


Una tregua ancora senza prospettive

Il miglioramento dei mercati durato appena un paio di giorni aveva spinto gli investitori verso le obbligazioni, attratti da rendimenti elevati. Il ritorno delle vendite mostra però quanto resti fragile l’equilibrio finanziario, soprattutto in assenza di indicazioni affidabili sull’evoluzione del conflitto e sulla possibile riapertura delle rotte di Hormuz.

Il Fondo monetario internazionale da tempo invita i governi a prepararsi al problema del debito, ma secondo Georgieva le autorità hanno tardato a riconoscerne pienamente la portata. Ora l’aumento dei costi energetici, dei rendimenti e della spesa per interessi rischia di restringere ulteriormente lo spazio per le decisioni di politica economica.

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