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Economia 4 min di lettura54 min fa

Mercati privati, la liquidità cambia le regole: cosa fanno gli investitori

L’84% degli investitori istituzionali manterrà o aumenterà gli impegni, ma distribuzioni lente, rischi geopolitici e selezione dei gestori stanno ridisegnando le strategie.

La liquidità è diventata il principale vincolo per chi investe nei mercati privati. Nonostante la difficoltà a ottenere distribuzioni, l’84% degli investitori istituzionali prevede di mantenere o aumentare il capitale destinato a queste attività, mentre cresce il ricorso al mercato secondario per gestire i flussi di cassa.

È il quadro che emerge dall’indagine globale 2026 di Goldman Sachs Alternatives, intitolata “Ripensare, non ritirarsi”. Lo studio raccoglie le risposte di 225 investitori istituzionali e altri Limited Partner intervistati tra giugno e agosto 2026.

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La liquidità pesa sulle nuove decisioni

Il 37% degli intervistati intende aumentare gli investimenti rispetto allo scorso anno e il 47% pensa di lasciare invariato il ritmo. Soltanto l’11% prevede invece una riduzione. Nel 2025, le quote erano rispettivamente del 43% e del 14% per chi puntava ad aumentare o diminuire l’impegno.

La scarsità delle distribuzioni è indicata dal 35% degli LP come il fattore più influente sui programmi futuri, in crescita dal 31% del 2025. Seguono l’eventuale revisione degli obiettivi di allocazione, citata dal 29% degli intervistati, mentre appena il 2% segnala preoccupazioni fiscali o regolamentari.

Marc Nachmann, responsabile globale della gestione patrimoniale e degli investimenti di Goldman Sachs, ha descritto l’atteggiamento degli investitori come disciplinato e non di ritiro. “Gli LP non si stanno ritirando, bensì stanno rivalutando dove investire il capitale, chi coinvolgere e a quali condizioni”, ha dichiarato, sottolineando la maggiore attenzione verso i gestori capaci di generare valore.

Stephanie Rader, responsabile globale congiunta della raccolta di capitale per le attività alternative di Goldman Sachs Alternatives, ha invece definito la liquidità un vantaggio competitivo in una fase caratterizzata da tempi più lunghi per le dismissioni. Secondo Rader, il mercato secondario viene utilizzato sempre più spesso per riequilibrare i portafogli e governare i flussi finanziari.


Geopolitica e intelligenza artificiale tra i rischi

Per il terzo anno consecutivo, le tensioni geopolitiche rappresentano la principale fonte di rischio per gli LP. L’82% le inserisce tra le cinque minacce più importanti e il 36% le indica come il pericolo singolo più rilevante. Al secondo posto compare l’inflazione, con il 67%, seguita dal possibile rallentamento economico o da una recessione negli Stati Uniti, al 63%.

La preoccupazione è più marcata nell’area Europa, Medio Oriente e Africa: il 44% degli investitori della regione mette la geopolitica al primo posto, contro il 31% dell’area Asia-Pacifico e il 30% delle Americhe. Anche l’intelligenza artificiale entra nel quadro dei rischi: il 28% degli LP considera la sostituzione dei lavoratori legata alla tecnologia una delle cinque minacce principali.

Jeff Fine, responsabile globale congiunto della raccolta di capitale per le attività alternative di Goldman Sachs Alternatives, ha osservato che tensioni geopolitiche e tassi elevati hanno rallentato le dismissioni tradizionali. Allo stesso tempo, la necessità di sviluppare infrastrutture per l’intelligenza artificiale, secondo Fine, sta aprendo una rilevante opportunità per l’impiego di capitale nel corso del decennio.

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Infrastrutture e secondario restano solidi

Le prospettive più favorevoli riguardano soprattutto le infrastrutture e il mercato secondario. Nel primo comparto, il 43% degli LP vede un miglioramento rispetto a un anno fa, mentre solo il 7% esprime un giudizio negativo. Nel secondo, le valutazioni positive raggiungono il 44%, quasi tre volte quelle sfavorevoli, ferme al 15%.

Anche i co-investimenti mostrano una tenuta significativa: appena il 6% degli intervistati considera peggiorate le opportunità. Nel settore immobiliare, il 37% registra prospettive migliori e il 16% peggiori. Per il private equity prevale la stabilità, indicata dal 56%, mentre i giudizi positivi e negativi si fermano rispettivamente al 24% e al 20%.

Il private credit è il comparto che registra il maggiore incremento annuo delle valutazioni negative, salite al 35%. Tuttavia, il 65% continua a considerare le opportunità almeno invariate. Cresce inoltre l’interesse per gli hedge fund: il 34% vede condizioni migliori e meno di un intervistato su dieci segnala un peggioramento. Quanto alle partecipazioni nei general partner, il 69% degli LP non rileva cambiamenti nella propria valutazione.


Portafogli più selettivi e diversificati

Gli investitori risultano più spesso sottoesposti rispetto ai propri obiettivi di allocazione, anziché oltre i limiti prefissati. Nel private credit, la quota di LP sottoesposti è aumentata di 5 punti percentuali in un anno, mentre quella dei sovraesposti è scesa dal 12% al 4%.

Il real estate appare invece il comparto più avanzato nel ciclo di allocazione: la percentuale di investitori sovraesposti è pari al 18%, comunque in calo rispetto al 25% registrato dodici mesi prima. Le strategie vengono quindi riviste all’interno dei singoli settori, con una maggiore concentrazione dei capitali sui gestori già presenti nei portafogli e criteri più severi per le nuove relazioni.

Nel private equity alcuni investitori stanno riducendo il numero di general partner con cui collaborano e guardano a gestori emergenti o a operatori attivi nel segmento delle imprese di dimensioni medio-piccole. Nel private credit, invece, l’interesse si sta ampliando oltre il prestito diretto, includendo mercato secondario, nuove aree geografiche e strutture a capitale permanente.

Nel real estate, diversi LP si stanno orientando verso strategie a maggior valore aggiunto e più opportunistiche, accettando un livello di rischio superiore. Il debito immobiliare, inoltre, sta attirando nuove risorse come alternativa al private credit. Sul piano geografico, alcuni investitori stanno riducendo l’esposizione agli Stati Uniti per aumentare quella verso l’Europa, la destinazione più citata da chi intende ampliare la presenza internazionale.

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