Italia, il ceto medio arretra: 1 su 4 non arriva a fine mese
L’indagine FragilItalia 2026 fotografa un Paese più esposto: calano redditi e sicurezze, mentre crescono rinunce, solitudine e paura per il futuro dei figli.
Basta una spesa imprevista da 600 euro per mettere in difficoltà il 17% degli italiani. È uno dei segnali più evidenti di una fragilità che non riguarda soltanto le fasce povere, ma coinvolge una parte sempre più ampia della popolazione: il ceto medio si restringe, aumentano le rinunce e il futuro appare meno prevedibile.
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La discesa sociale coinvolge milioni di persone
Secondo l’indagine FragilItalia 2026, realizzata da Ipsos per Legacoop, il 54% degli intervistati si colloca al di sotto del ceto medio. Tra questi, il 34% ritiene di essere in una fase di arretramento nella scala sociale. Soltanto il 7% dichiara invece di aver migliorato la propria posizione.
Il confronto con cinque anni fa restituisce un quadro ancora più netto: il 68% degli italiani si considera oggi economicamente più vulnerabile. Un cittadino su quattro fatica ad arrivare alla fine del mese, mentre il 19% è costretto a tagliare spese ritenute necessarie. Il fenomeno, spesso definito de-cetomedizzazione, segnala dunque un indebolimento progressivo delle condizioni di sicurezza economica.
Le rinunce colpiscono anche i bisogni essenziali
Le difficoltà finanziarie si riflettono sulla salute e sulla gestione della vita quotidiana. Il 26% delle persone intervistate ha rinunciato a prestazioni mediche o odontoiatriche per motivi economici; tra chi appartiene al ceto popolare, la quota arriva al 57%.
Anche altri capitoli di spesa vengono ridotti. Nel 29% dei casi sono state rimandate la manutenzione dell’auto o quella della casa, mentre il 22% ha rinviato l’acquisto di abiti o scarpe. Il 23% ha inoltre limitato varietà e qualità dell’alimentazione, con un impatto particolarmente forte sui gruppi più esposti alla crisi.
Il disagio economico alimenta la solitudine
La vulnerabilità non si esaurisce nella disponibilità di denaro. Il 24% degli intervistati avverte una carenza di occasioni di socialità e il 23% racconta di essersi sentito solo nell’ultimo anno. Tra le forme di disagio più citate compaiono anche il senso di vuoto o l’assenza di prospettive, indicati dal 21%, le difficoltà nell’accesso alle cure, al 19%, e la solitudine, al 15%.
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Per Simone Gamberini, presidente di Legacoop, il dato centrale è il legame tra impoverimento materiale e isolamento sociale. «Non riguarda più soltanto chi si trova ai margini», ha osservato, spiegando che la perdita di potere d’acquisto può accompagnarsi alla riduzione delle relazioni, delle opportunità e della fiducia nel domani.
La paura riguarda soprattutto i figli
La sensazione di arretramento si traduce anche in una preoccupazione per le nuove generazioni. Tra le famiglie del ceto popolare, il 48% teme concretamente che i propri figli possano vivere un futuro peggiore rispetto a quello dei genitori.
Gamberini ha sostenuto che la risposta non possa limitarsi agli interventi assistenziali. Servirebbero, secondo il presidente di Legacoop, lavoro dignitoso, abitazioni accessibili, servizi, tutela della salute, comunità più solide e occasioni di partecipazione. «Il Paese deve reagire», ha affermato, richiamando anche il Patto per l’Italia presentato nei giorni precedenti durante la Biennale dell’Economia Cooperativa.
La richiesta è quindi di un intervento strutturale, non concentrato soltanto sulle emergenze o sulle scadenze elettorali. L’indagine descrive infatti una povertà diventata più ampia e articolata: non solo meno reddito, ma anche minore sicurezza, relazioni più fragili e una crescente difficoltà a immaginare il futuro.
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