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Economia 3 min di lettura21 ott

Industria europea, la decarbonizzazione rischia di saltare per i costi

Acciaio, cemento e chimica affrontano un fabbisogno crescente di capitali, energia pulita e infrastrutture mentre il sostegno disponibile potrebbe non bastare.

La riconversione degli stabilimenti europei rischia di rallentare se le imprese non troveranno risorse sufficienti per sostenere sia i nuovi impianti sia il loro funzionamento. Il rinvio degli interventi potrebbe ridurre la capacità produttiva del continente e indebolire la sua base industriale. Per evitarlo, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, non basteranno gli obblighi climatici né il solo prezzo della CO2: serviranno capitali privati, sostegni mirati e mercati capaci di premiare i beni a basse emissioni.

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Energia pulita ancora lontana

Il punto di partenza resta una forte esposizione ai combustibili fossili. Nel 2024 queste fonti coprivano il 62% dell’energia utilizzata dall’industria dei minerali non metalliferi, comparto che comprende il cemento; nella siderurgia la quota arrivava al 61%, mentre nella chimica si attestava al 55%. L’elettricità pesava rispettivamente per il 17%, il 37% e il 30%.

Passare a fonti meno inquinanti richiede però più della semplice sostituzione dei combustibili. Occorrono stabilimenti aggiornati, collegamenti adeguati alla rete e forniture elettriche economicamente sostenibili. Guerra in Ucraina, conflitto in Medio Oriente e contrasti commerciali hanno inoltre reso più instabili sia i prezzi dell’energia sia le catene di approvvigionamento, complicando la pianificazione degli investimenti.


Il fabbisogno supera le risorse

Nello scenario delineato dall’Eea, la distanza tra quanto servirebbe e i finanziamenti disponibili potrebbe raggiungere 80 miliardi di euro all’anno nel 2030. Il divario salirebbe a 250 miliardi nel 2040 e a 340 miliardi nel 2050, qualora le modalità attuali di sostegno pubblico e privato non cambiassero.

La stima compare nel rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente sulla trasformazione dell’industria europea e sulla competitività pulita. L’analisi evidenzia che acciaio, cemento e prodotti chimici sono tra i settori più esposti: la modifica dei processi produttivi procede lentamente e la dipendenza dalle fonti fossili rimane elevata. La pressione della concorrenza globale, inoltre, rende difficile trasferire integralmente sui clienti il maggior costo delle merci ottenute con tecnologie meno emissive.

Negli ultimi 10-15 anni sono stati comunque ottenuti risultati rilevanti sul fronte degli inquinanti: gli ossidi di zolfo sono diminuiti dell’80%, quelli di azoto del 58% e il particolato del 76%. Nel cemento e nella siderurgia, però, la CO2 generata per ogni tonnellata di prodotto si è ridotta solo in misura contenuta. Una parte dei progressi deriva quindi da consumi più efficienti, dalla diminuzione di alcune attività e dalla trasformazione dell’economia, non da un completo ricambio delle tecnologie.

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Impianti e reti sotto pressione

Un’analisi della Commissione europea citata dall’Eea calcola investimenti medi annui negli impianti industriali pari a 30 miliardi di euro tra il 2026 e il 2030. Nel decennio seguente la cifra dovrebbe crescere fino a 58 miliardi. A queste somme si aggiungono i costi operativi delle tecnologie nuove, stimati in 82 miliardi l’anno nel primo periodo e in 210 miliardi nel secondo, soprattutto per l’approvvigionamento di energia pulita.

Il quadro non comprende ancora per intero le opere necessarie a sostenere la trasformazione, come le reti elettriche, i sistemi dedicati all’idrogeno e le infrastrutture per movimentare la CO2. La sfida, dunque, non consiste soltanto nel realizzare nuovi impianti, ma anche nel renderli utilizzabili senza perdere competitività.

Anche la rete europea rappresenta un ostacolo. Per adeguarla, gli investimenti annuali dovrebbero passare da 50 a circa 100 miliardi di euro. Al 2030, inoltre, quasi metà della capacità di interconnessione elettrica tra i Paesi dell’Unione necessaria per gli obiettivi previsti non risulta ancora coperta dai progetti già avviati. Il ritardo potrebbe frenare sia l’integrazione delle rinnovabili sia l’elettrificazione delle fabbriche.

Per l’Eea, la credibilità del Clean Industrial Deal europeo dipenderà dalla capacità di combinare tutela ambientale e politica industriale. Senza strumenti in grado di attirare investimenti, ridurre i rischi per le imprese e creare domanda per i prodotti puliti, la transizione potrebbe trasformarsi in una fonte di perdita produttiva anziché in un rafforzamento della competitività.

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