Ilva, Taranto resta accesa: il decreto sfida il conto alla rovescia
Il Consiglio dei ministri mantiene in preriscaldo l’area a caldo e autorizza 40,5 milioni per Acciaierie d’Italia, mentre la protesta degli operai si allarga
La crisi dell’Ilva entra in una fase decisiva: il Governo ha approvato un decreto legge per evitare lo spegnimento degli impianti di Taranto prima del pronunciamento della Cassazione. Il provvedimento interviene anche sul sostegno ai lavoratori, sulla reindustrializzazione del territorio e sulla ricerca di nuovi investimenti.
Nel frattempo, il presidio degli operai continua e i blocchi stradali stanno creando difficoltà alla circolazione delle merci e ai rifornimenti di carburante in Puglia. Fim, Fiom e Uilm hanno giudicato insufficienti le risposte dell’esecutivo e annunciato altre 48 ore di sciopero negli stabilimenti dell’ex Ilva.
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Il decreto congela lo spegnimento
La misura principale riguarda l’area a caldo di Taranto. Gli impianti resteranno in condizioni di preriscaldo, senza riprendere la produzione, così da conservarne la funzionalità fino alla decisione della Corte di Cassazione, attesa il 20 ottobre sui ricorsi collegati alla sentenza della Corte d’Appello di Milano.
Nel testo trova posto anche l’ultima parte del finanziamento destinato ad Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria: si tratta di 40,5 milioni di euro, erogati sulla base del via libera concesso dalla Commissione europea nel febbraio scorso. Il decreto prevede inoltre interventi per rilanciare le aree ex Ilva, attirare capitali a Taranto e accompagnare la ricollocazione delle persone coinvolte nella crisi.
Operai in presidio, il territorio rallenta
La mobilitazione prosegue giorno e notte, con fuochi accesi per affrontare le temperature notturne e un presidio permanente. I lavoratori chiedono garanzie sul futuro occupazionale e un piano industriale definito, opponendosi all’idea di essere accompagnati soltanto dalla cassa integrazione verso la liquidazione.
I sindacati contestano anche la prospettiva di separare il destino di Taranto da quello degli stabilimenti settentrionali. La loro posizione è stata riassunta così: «qui non ci sono lavoratori di serie B, per noi i lavoratori sono tutti uguali, il gruppo si tiene unito e si vince solo in maniera unitaria».
Carburante e trasporti sotto pressione
Il blocco delle statali 7 e 106 ha interrotto il passaggio dei mezzi diretti verso l’area industriale e ha coinvolto anche l’accesso alla raffineria Eni, impedendo alle autocisterne di transitare. L’impianto continua a operare in condizioni considerate regolari e sicure, ma la situazione potrebbe cambiare se i camion non riuscissero a consegnare gas tecnici e sostanze chimiche indispensabili.
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In assenza dei rifornimenti, la raffineria potrebbe dover procedere a un arresto programmato. Le conseguenze si stanno già riflettendo sul territorio: diversi distributori hanno esaurito le scorte, il trasporto pubblico locale incontra difficoltà per la disponibilità di gasolio e gli aeroporti di Bari e Brindisi monitorano il rischio di carenze per il carburante degli aerei.
Le richieste e il fronte di Genova
Tra le proposte avanzate dalle organizzazioni dei lavoratori figurano l’uscita anticipata per chi è vicino alla pensione, il riconoscimento delle attività usuranti e incentivi per le dimissioni volontarie. Per giovedì sono stati organizzati pullman diretti a Bari, dove è previsto un confronto con il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro.
La richiesta centrale resta quella di proteggere l’occupazione e di realizzare una transizione ecologica concreta, senza lasciare senza tutele gli addetti dell’area a freddo. I sindacati chiedono quindi misure operative, non soltanto la proroga degli ammortizzatori sociali.
La vertenza riguarda anche gli stabilimenti del Nord. A Genova i dipendenti hanno manifestato davanti alla Prefettura mentre Matteo Piantedosi incontrava le parti coinvolte, chiedendo di acquistare sul mercato internazionale coils a caldo per alimentare le linee di Genova, Novi Ligure e Racconigi.
L’obiettivo è evitare che 985 persone entrino in cassa integrazione dalla metà di novembre. Nel decreto è prevista, intanto, la proroga della cassa integrazione in deroga fino a giugno 2027, con estensione alle imprese dell’indotto e dell’appalto: una misura che i lavoratori considerano insufficiente senza un progetto industriale capace di tenere insieme l’intera filiera.
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