Frequenze, il nodo della concorrenza vale 5,4 miliardi per lo Stato
L’AgCom valuta l’estensione dei diritti fino al 2037 in cambio di pagamenti e investimenti, mentre l’Antitrust teme un mercato più chiuso ai nuovi operatori.
L’Antitrust avverte che confermare agli attuali assegnatari l’intero patrimonio di frequenze potrebbe irrigidire il mercato per altri otto anni. Il rischio indicato dall’Autorità è frenare l’espansione degli operatori più piccoli e rendere più difficile l’arrivo di nuovi concorrenti.
La stessa segnalazione, diffusa a settembre, riconosce tuttavia l’esigenza di garantire al Paese programmi di investimento stabili, coordinati e duraturi. È su questo equilibrio tra sviluppo delle reti e tutela della concorrenza che si concentra ora il confronto istituzionale.
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L’alternativa alla nuova asta
Secondo l’impostazione sostenuta da Massimiliano Capitanio, commissario dell’AgCom, le società telefoniche potrebbero conservare le frequenze già assegnate senza affrontare un nuovo esborso miliardario per una gara. I diritti d’uso arriverebbero così fino al 31 dicembre 2037, rispetto alla scadenza attuale del 31 dicembre 2029.
L’ipotesi non escluderebbe comunque un ritorno economico per l’erario. Capitanio ha spiegato, in un intervento pubblicato su LinkedIn, che i gestori continuerebbero a versare 684 milioni di euro ogni anno. Nell’arco degli otto anni, il gettito raggiungerebbe quindi 5.472 milioni, con la possibilità di ulteriori aumenti se le future leggi di Bilancio introducessero modifiche o maggiorazioni.
Più copertura in cambio dei diritti
Il mantenimento delle frequenze sarebbe legato a impegni rilevanti sul fronte delle infrastrutture. Le compagnie dovrebbero potenziare il segnale e la trasmissione dati nelle zone rurali e montane, oltre a migliorare i collegamenti lungo le principali vie di trasporto, comprese le linee ferroviarie.
Il pacchetto comprenderebbe anche investimenti consistenti nel 5G autonomo, cioè nella versione della rete capace di funzionare senza dipendere dalle tecnologie precedenti. Questa soluzione viene considerata importante per applicazioni come la guida senza conducente, la robotica industriale, la telemedicina e l’automazione degli impianti aziendali.
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L’accesso alle reti resta decisivo
Tra le condizioni prospettate figurerebbe anche l’obbligo, per i grandi gestori, di mettere le proprie infrastrutture a disposizione di operatori rivali come Iliad e delle società virtuali, che non possiedono una rete propria. L’accesso dovrebbe avvenire secondo criteri equi e senza trattamenti discriminatori.
Capitanio sostiene che una nuova asta molto onerosa potrebbe ridurre le risorse disponibili per questi interventi. Nell’interesse nazionale, a suo avviso, sarebbe quindi prioritario assicurare gli investimenti destinati alla copertura e alle tecnologie avanzate, invece di concentrare le risorse sull’acquisizione dei diritti.
Perché una gara parziale non convince
L’AgCom non vedrebbe con favore nemmeno una soluzione intermedia, con una gara limitata soltanto a una parte delle frequenze. La suddivisione delle bande radio, secondo questa posizione, rischierebbe di rendere più complessa la progettazione delle reti e di rallentare uno sviluppo uniforme delle nuove generazioni mobili.
A sostegno dell’estensione senza nuova asta viene richiamata anche una decisione già adottata nel 2017. In quell’occasione il legislatore portò fino al 2029 l’utilizzo delle frequenze nelle bande 900 e 1800 Mhz, prevedendo il pagamento anticipato dei diritti d’uso con una maggiorazione del 30%.
Il confronto resta però aperto. Da una parte c’è la prospettiva di incassare fino a 5.472 milioni e ottenere nuovi obblighi di investimento; dall’altra, l’Antitrust teme che il rinnovo integrale rafforzi troppo gli operatori già presenti, limitando la contendibilità del mercato.
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