Fondi Ue, la partita delle regioni: così il Nord prepara il piano B
Mentre Roma non chiarisce il futuro della gestione territoriale, sei regioni si coordinano e cercano sponde a Bruxelles per difendere competenze e finanziamenti.
L’Alleanza per la coesione, che riunisce circa 160 regioni dell’Unione europea, è il principale strumento attraverso cui i territori italiani puntano a influenzare il negoziato sul bilancio comunitario. Il Parlamento europeo dispone di margini limitati sulla proposta finanziaria complessiva, ma può intervenire sulle regole che disciplineranno l’assegnazione dei fondi.
In parallelo, le amministrazioni regionali stanno preparando una posizione comune per non arrivare impreparate al confronto con il Governo. L’obiettivo è tutelare il loro peso nella programmazione 2028-2034, mentre da Roma non è ancora arrivata una scelta definitiva.
Bruxelles può cambiare le regole
Il confronto europeo riguarda anche il ruolo futuro delle regioni nella gestione delle risorse. Attraverso i regolamenti, l’Europarlamento potrebbe incidere sulla struttura operativa del nuovo sistema, pur non avendo l’ultima parola sull’intero quadro finanziario pluriennale.
La mobilitazione dei territori si accompagna così a un’azione sul piano nazionale. Le regioni vogliono anticipare le decisioni dell’esecutivo e arrivare al negoziato con una proposta già definita, anziché limitarsi a recepire un modello deciso centralmente.
Meno garanzie sui finanziamenti
A preoccupare le amministrazioni più sviluppate è anzitutto la mancanza di una quota protetta destinata alle diverse tipologie regionali. Nel progetto della Commissione europea una tutela specifica resta prevista soltanto per le aree meno avanzate, che in Italia coincidono con le regioni meridionali.
Il quadro finanziario appare inoltre più incerto perché una parte ridotta delle risorse sarebbe trasferita agli Stati membri. Le nuove priorità per la difesa e il fondo per la competitività assorbirebbero maggiori disponibilità; quest’ultimo verrebbe amministrato direttamente dalla Commissione, finanziando i progetti valutati migliori senza considerare il Paese di provenienza. Per i sette anni successivi, quindi, l’ammontare concretamente destinato ai territori resta difficile da quantificare.
Il timore di un modello centralizzato
Un secondo fronte di allarme riguarda l’ipotesi di concentrare la programmazione in un unico piano, seguendo un’impostazione simile a quella del Pnrr. In questo scenario le regioni perderebbero parte della responsabilità nell’attuazione degli interventi e nei rapporti diretti con Bruxelles.
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La questione non riguarda soltanto la distribuzione dei fondi, ma anche l’autonomia decisionale. Il futuro Piano di partenariato nazionale e regionale dovrebbe sostituire, dal 2028, gli oltre 50 programmi territoriali oggi esistenti, rendendo decisivo il chiarimento sulle competenze attribuite alle amministrazioni locali.
Sei regioni preparano la loro linea
Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Toscana hanno perciò avviato un coordinamento autonomo. Il gruppo sta elaborando una piattaforma alternativa alle scelte ufficiali, nell’attesa che il Ministero degli Affari europei e della coesione definisca la posizione italiana.
Il lavoro comune è entrato nel vivo dopo una riunione tecnica svolta a Venezia alla fine di luglio. Il 28 settembre il confronto è proseguito a Bologna, con la partecipazione degli assessori, prima di tornare a un livello operativo tra i tecnici.
L’Italia resta senza una posizione
Il ritardo di Roma pesa anche nel confronto con gli altri Stati membri. L’Italia è infatti l’unico Paese dell’Unione a non avere ancora comunicato alla Commissione quale spazio intenda riconoscere alle regioni e quanta autonomia assegnerà loro nella gestione delle risorse.
Le scelte degli altri governi sono già più definite. La Germania ha ribadito l’importanza delle proprie regioni, mentre la Francia ha confermato il ruolo dei territori nonostante la sua tradizione accentratrice. Spagna e Grecia hanno invece scelto di mantenere un’impostazione prevalentemente centralizzata.
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